L’INTERVENTO

È da leggere l’ultimo libro di Giulio Tremonti, La paura e la speranza, appena uscito per Mondadori. Dei suoi che ho letto è certamente il più interessante, anche se opinabile per il pessimismo che diffonde: indica la globalizzazione come la causa dei mali economici, e non solo, che ci affliggono. Ci sono giudizi come questo, per esempio: «Quello che doveva essere un paradiso salariale, sociale, ambientale si sta trasformando nel suo opposto. Va a stare ancora peggio chi stava già peggio. Sta meglio solo chi stava meglio».
Forse c’è un po’ di esagerazione, ma senza dubbio la realtà che stiamo vivendo non induce all’ottimismo. Epperò, col petrolio a 107 dollari al barile, l’oro a quasi mille dollari l’oncia, il grano a prezzi incredibili, quale futuro si prepara? Quanto a casa nostra, un inatteso fenomeno sociale si accompagna agli scossoni economico-finanziari: la quasi proletarizzazione del ceto medio (di cui in parte è causa l’euro, introdotto senza contromisure), che sta sconvolgendo quel panorama sociale che nel ’900 ha fornito anche certezze politiche.
Tutte queste considerazioni portano a giudicare assai oneroso il compito che spetterà al governo che uscirà dalle prossime elezioni di aprile. Non si esagera a giudicare disperanti le condizioni del paese. Va dato atto a Berlusconi d’esserne responsabilmente consapevole, tanto da non nascondere le difficoltà che lo attendono se conquisterà la maggioranza.
Al contrario di Veltroni che si spinge addirittura a rivendicare alla sinistra, come sul Sole 24 Ore annota severamente l’amico liberale Salvatore Carrubba, il merito del «miracolo» italiano degli anni ’60, che invece proprio la sinistra paralizzò. Scrive giustamente Carrubba: «Padre del miracolo economico furono il Piano Marshall, Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, Donato Menichella, Cesare Merzagora, Giuseppe Pella, Ezio Vanoni, il primo Ugo La Malfa: le loro scelte furono aspramente combattute dai partiti di sinistra. Questa innegabilmente è la storia.
Ma torniamo a noi. Guardacaso, toccherà al «pessimista» Tremonti guidare la politica economica che dovrà sormontare il trash che lascia il governo Prodi. Se è vero, come spesso si rivela vero, che una sistematica sfiducia nei confronti della realtà è il presupposto giusto per produrre potenti misure anticrisi, chiave di volta della rinascita del Paese potrebbe essere, paradossalmente, la comunione tra il pessimismo della ragione di Tremonti e l’ottimismo della volontà di Berlusconi. Paura e speranza, appunto, come è il titolo dell’ultimo libro di un economista «creativo», liberale ma anche colbertista, come Tremonti stesso si è definito.
Affidiamo dunque il nostro disastrato Paese a un team che ha un obiettivo che è quasi un’ossessione: di modernizzarlo perché in questi ultimi 20 anni, da miracolato che era, è diventato obsoleto, invecchiato nelle istituzioni e in tante sue strutture. Lo svecchiamento deve cominciare da una vera rivoluzione liberale. Perché, riconosciamolo, di liberale in Italia c’è poco.
Eccola la «mission» del prossimo governo di centrodestra, che deve immancabilmente dare sostanza liberale a riforme, liberalizzazioni, privatizzazioni, eliminazione degli enti superflui (le Province, per esempio), fare delle regioni del Sud delle no tax region (come propone, da almeno un decennio, l’Istituto Bruno Leoni) sì da dare finalmente una soluzione alla questione meridionale, riprendere il programma nucleare per far fronte alla domanda di energia che oggi viene soddisfatta a caro prezzo con le importazioni. Solo così si potrà sconfiggere la paura e sperare nel futuro, come Tremonti ci suggerisce.