L’INTERVISTA FRANCA CAVAGNOLI

Franca Cavagnoli ha curato le uniche due antologie di racconti australiani pubblicate in italiano, Il cielo a rovescio e Cieli australi, entrambe per gli Oscar Mondadori, ma ha anche tradotto molti libri di David Malouf e l’ultimo di Christina Stead per Adelphi, Il piccolo hotel. Insegna Traduzione letteraria alla Statale di Milano, e ha fatto da consulente «australe» per molti editori.
Una frequentazione del quinto continente che è più di una corrispondenza di amorosi sensi...
«Sì. Nel ’93 tradussi Ritorno a Babilonia di Malouf, e poi gli altri. Di lui, prima, era uscito solo Una vita immaginaria, in cui racconta l’esilio di Ovidio, presso un piccolo editore senese, poiché a quel tempo Malouf viveva in Toscana buona parte dell’anno. Degli australiani contemporanei, è lui quello che ha una voce più originale, sebbene non paragonabile a quella di Patrick White».
Per quali motivi?
«Quando noi leggiamo un libro dei Caraibi o africano, lo percepiamo come un libro esotico. Quando ne leggiamo uno australiano, invece, lo avvertiamo come qualcosa che è e allo stesso tempo non è Europa. Malouf è un maestro in questo, e chiama tutto ciò “il rovescio simultaneo del giorno”. Ci fa sentire, come White, che l’Australia è la nostra metà in ombra, la nostra metà oscura. E la sua è una riscrittura della storia con uno sguardo australiano, non inglese».
Ma qual è il fascino peculiare di questa letteratura nel suo insieme?
«Come dicono gli australiani parlando di sé, “noi siamo downunder”, quaggiù in fondo. I loro libri sono l’Europa tradotta agli antipodi, un’Europa a testa in giù. Noi ci rispecchiamo in essi, asimmetricamente. E poi nel loro paesaggio c’è questo grande vuoto - l’outback, l’“al di là” -, questo terrore dell’interno rispetto alla costa, che invece è molto modernizzata: è una sensazione particolare per loro e ancora di più per gli europei che la leggono nei romanzi».
Sensazione che potrebbe anche rovesciarsi in disagio...
«Infatti. Gli australiani sono ben consci di soffrire di quella che chiamano la “tirannia della distanza”, quel senso di essere lontani da quello che viene vissuto come il centro del mondo, l’Europa per la generazione dei nonni, gli Stati Uniti per quella dei giovani d’oggi. Ma, come sempre, tutto ciò è anche un vantaggio: Rushdie, a proposito degli scrittori del Commonwealth, diceva che solo al di fuori della cornice si può vedere bene il quadro».
In futuro guarderemo all’Australia, allora, per saperne di più su noi stessi?
«Può essere. Per esempio, nell’integrazione razziale sono più avanti di noi. L’Australia è un paese che accoglie immigrati da tutto il mondo: è tollerante. L’unico pericolo è che si omologhino troppo agli Stati Uniti dal punto di vista culturale. Ma ancora molto possiamo desiderare dall’Australia: il paese è come un enorme set cinematografico, dove la natura e il suo silenzio raccontano più delle parole. Il loro cinema sarà sempre più importante. E credo che se la situazione a Stoccolma si sbloccherà, il prossimo Nobel potrebbe essere il poeta australiano Les Murray, autore di Freddy Nettuno e di Un arcobaleno perfettamente normale».