L’invisibile che diventa arte

Chissà se il signor Van Der Graaf quando inventò lo strumento in grado di generare i «fulmini in laboratorio» (grandi tensioni elettriche che si scaricano a terra riproducendo, appunto, ciò che un fulmine fa nell'Atmosfera terrestre) aveva in mente che con tale strumento si sarebbero intrattenuti studenti e Fisici del 2000?
O se Einstein quando si occupò del complesso moto Browniano avrebbe potuto vedere su un computer il bizzarro comportamento in aria delle particelle di fumo prodotto, ad esempio, da un po' di tabacco che brucia?
La Scienza, in questo senso, diviene una forma di arte. Che ci permette di cogliere anche ciò che, normalmente, è invisibile ai nostri occhi.
È questo il filo conduttore della mostra «vedere l'invisibile» in questi giorni presso l'Istituto tecnico Vittorio Emanuele II in largo Zecca.
Affacciandosi a quella che una antica targa chiama ancora «gabinetto di Fisica» al secondo piano dell'Istituto, sembra di entrare in un laboratorio dei tempi di Tesla, Van Der Graaf, Ampere, Galvani, Faraday e tutti quegli scienziati che hanno dato il loro contributo alla Fisica dell'Ottocento.
Una raccolta di strumenti, tutti ancora perfettamente funzionanti (altro che computer e tecnologie moderne che sei mesi dopo il termine della garanzia son già da sostituire …) viene affiancata da alcune opere artistiche moderne.
«È proprio questo il senso della mostra - spiegano Andrea Giacobbe e Giseppe Ferrera coordinatori dell'iniziativa - far vedere come tutte le discipline possano collaborare tra loro. Oggi regna la massima settorialità, noi abbiamo voluto far vedere come ambiti diversi possano comunicare ed esprimersi su uno stesso tema». E così, a fianco della camera a nebbia di Wilson per la rivelazione delle particelle radioattive, ecco Real-Unreal di Mela Sfregola: diverse colonne bianche che quando si illuminano rivelano colori e scritte. Si tratta di un gioco degli opposti tra luce ed ombra e tra parole antitetiche: real/unreal, bianco/nero, inside/outside.
Il professore di matematica mostra poi, con un efficace pannello iterattivo, che la luce visibile agli occhi è solo una piccola parte dello spettro delle onde elettromagnetiche? L'artista Daniel Menck invita allora a riflettere sulla percezione che abbiamo della realtà e di noi stessi con l'opera posta al centro del gabinetto di Fisica, una specie di uovo di legno sospeso in aria con dentro la scritta luminosa «Real» e una serie di specchi e vetri, ora riflettenti ora trasparenti.
«Rappresenta l'infinito nel finito - spiegano i due artisti, sempre alla ricerca di spazi espositivi innovativi - Abbiamo collaborato con artisti tedeschi esponendo al Mseo romanico germanico, ma anche presso alcuni scavi archeologici di un pretorio romano e in un teatro barocco. Ed ora ci lanciamo in questa collaborazione scientifica, anche in vista del prossimo Festival della Scienza genovese».
E se del Festival avete nostalgia, questa mostra vi farà subito ritornare la voglia di mettere il naso nella Scienza, visibile o invisibile che sia, perché, per dirla con Einstein, è proprio dall'invisibile e dal senso del mistero che ci circonda che nascono le sfide più entusiasmanti.