L’ippica sogna i minimi garantiti per rilanciarsi

Sino a pochi anni fa per tradizione assicurava all'Erario un bel malloppo e si autofinanziava, chiedendo in cambio soltanto il diritto di esistere. Oggi l'esistenza stessa dell'ippica di casa nostra è messa fortemente in dubbio da un micidiale mixer di imperdonabili errori commessi e di intollerabili prevaricazioni subite - che non staremo a rielencare per l'ennesima volta - e, se non ci fosse stato il geniale escamotage del ministro Luca Zaia che ha assicurato vitale denaro fresco proveniente da slot machine ed affini, il settore da un pezzo avrebbe già portato i libri in tribunale. Ma nessuno si deve illudere che quei 150 milioni di euro miracolosamente arrivati quest'anno nella casse dell'Unire siano in grado di far resuscitare un paziente in coma profondo, curato in modo irresponsabile con l'aspirina da un qualsiasi farmacista quando avrebbe assoluto bisogno di una terapia d'urgenza in sala di rianimazione da parte di un'equipe medica di altissimo livello. Il governo, bisogna pur dargliene atto, ha fatto più della sua parte. Adesso sta all'ippica rifondare il sistema per assicurarsi a medio lungo termine il proprio sviluppo. Ma per adesso la reazione del settore è stata di gran lunga inferiore alle aspettative e non autorizza certo all'ottimismo. A cominciare da un elefantiaco piano industriale che non decolla mai. E allora, secondo noi, andrebbe tenuta nella massima considerazione l'eventualità di ottenere dal governo, come ha già fatto il Coni, un «minimo garantito», magari soltanto temporaneo, per traghettare il settore verso lidi più sicuri. Infatti l'ippica in questo momento storico ha bisogno di fare investimenti per rifondare il sistema e rilanciarlo. E con le casse vuote dove li trova i soldi per effettuare questi investimenti?
A proposito di investimenti le priorità dovrebbero essere chiare a tutti, a partire da una cospicua campagna pubblicitaria sulle televisioni generaliste. Ma dall'Unire filtrano notizie sorprendenti su come vengono impiegate le già ristrette risorse. Alludiamo ad una spesa di 400mila euro ventilata per sponsorizzare una fiera romana sul cavallo che non va certo per la maggiore. Per non parlare dell'atteggiamento a nostro avviso troppo accomodante tenuto nei confronti della pratica scottante delle convenzioni con gli ippodromi. Questi ultimi incassano, spesso in modo ingiustificato, 120 milioni di euro all'anno e giustizia vorrebbe che venissero sottoposti ad una doverosa cura dimagrante, magari premiando per una volta la meritocrazia e punendo chi pretende i soldi «a babbo morto».