L’isola felice del Maghreb

Il Maghreb s’infiamma, il Medio Oriente esplode, una tempesta perfetta travolge nazioni e regni dell’Islam. E il Marocco? Il Marocco ringrazia il suo re e sorride. A Casablanca e Rabat il sovrano e il suo popolo sembrano, per ora, custodire la segreta ricetta della stabilità. Qualche anno fa non sembrava così. Nel giugno 1999 alla morte di Hassan II, il sovrano dal pugno di ferro, pochi scommettono sul futuro del regno. Un regno dove l’islam radicale cresce a vista d’occhio e dove le opposizioni sognano di ribaltare una casa reale accusata di flirtare con l’Occidente ed Israele. Ancor meno sono quelli disposti a dar fiducia a Mohammed VI, un successore tollerante e gentile dipinto dagli scettici dell’epoca come il lezioso opposto del padre. E a render tutto più difficile contribuiscono i kamikaze che nel maggio 2003 seminano strage a Casablanca mettendo a segno il cosiddetto l’11 settembre del Marocco.
La ricetta messa a punto in quegli anni dall’oggi 47enne re Mohammed VI si rivela l’unica, invece, in grado di evitare sommosse e rivolte. Il primo fondamentale ingrediente di quella ricetta è la tradizione reale. A differenza di Ben Alì, Mubarak o di altri traballanti sovrani, re Mohammed può contare su un lignaggio di tre secoli. Tre secoli incentrati sul makhzin, il termine arabo marocchino che indicava i “magazzini” (da lì il termine italiano) in cui l’elite di potere distribuiva gli stipendi. Quell’elite di potere, garante del sovrano, è la fedele burocrazia di corte che da 300 anni amministra legge ed esercito, rapporti tribali e guarentigie. Quel makhzin, collante tra popolo e sovrano, è anche il vero scudo di quest’ultimo. Stando al suo riparo e garantendogli sufficienti poteri Mohammad VI introduce progressivamente una serie di riforme che cambiano il volto del regno. Il primo fondamentale passo è la creazione di una “commissione per la riconciliazione” incaricata di riconoscere le violazione dei diritti umani commesse dagli apparati di sicurezza e risarcire i cittadini.
Questa mossa e la decisione di affidare i servizi di sicurezza ad un civile, gli garantiscono la fiducia delle opposizioni di sinistra e di alcuni esponenti islamisti. Questo però non significa allentare la vigilanza. Dopo la strage di Casablanca le cellule qaidiste vengono sistematicamente individuate e smantellate e migliaia di militanti islamici finiscono in galera. Alla repressione si affianca una severa attività di prevenzione basata sul controllo delle moschee. I ventimila imam abilitati alla predica sanno di esser costantemente controllati, sanno che ogni sermone contenente richiami alla violenza o al fondamentalismo verrà sanzionato dal Consiglio degli Ulema.
A livello sociale l’azione di contrasto più efficace alle tesi integraliste la compie il sovrano in persona. Battendosi e spendendosi per il nuovo “Mudawana”, il codice di famiglia approvato nel 2004 che garantisce maggiori diritti alle donne, il sovrano realizza uno dei migliori compromessi tra islam e idee liberali. La battaglia del Mudawana condotta da un re che non esita a confrontarsi con le tesi fondamentaliste è seguita da un progressivo sostegno alle correnti più moderate dell’islam che finisce con il ridurre le capacità di proselitismo dei predicatori più fanatici.
La più incompiuta delle riforme volute da re Mohammed è forse quella sociale. La promessa avanzata nel 2005 di dimezzare la povertà in cinque anni si rivela oggi in larga parte irrealizzabile anche a causa della crisi mondiale. Il clima conciliante dell’opposizione di sinistra e di un “Partito della Giustizia e dello sviluppo” vicini per molti versi all’islam moderato di Erdogan in Turchia permettono però di mantenere sotto controllo la tensione. Una tensione disinnescata anche dalla libera circolazione delle idee permessa da una stampa sufficientemente libera e da elezioni dove le segnalazioni di truffe o brogli è infinitesimale rispetto a quelle degli altri Paesi arabi e del Maghreb.