"L’Italia distrutta dal nostro individualismo"

Intervista al filosofo Giovanni Reale: "Ci siamo disabituati a
rapportarci con gli altri e siamo finiti per rimanere soli con noi
stessi. E questa è la vera infelicità". "Dobbiamo riscoprire il valore
dell’uomo come persona e il senso dell’amore donativo: non quello che
pretende ma quello che dà". I giovani devono recuperare lo spirito di sacrificio. Così avranno non un lavoro che paga, ma che appaga

L’ultimo libro di Giovanni Reale, scritto e «pensato» insieme a monsignor Angelo Scola, s’intitola Il valore dell’uomo. Un vertiginoso discorso a due voci sulla situazione attuale della società e dell’uomo: il multiculturalismo, l’integralismo religioso, il grande tema della sofferenza, le scelte difficili che si trovano a dover affrontare i giovani, i nuovi problemi di una società in continuo mutamento.
Professor Reale, di che male soffre l’Italia?
«Del più atroce: l’individualismo portato alle estreme conseguenze. La società, che poi siamo tutti noi, ha perduto il senso del valore dell’uomo come “persona” per trasformarlo in “individuo”. Ci siamo disabituati a rapportarci con gli altri e siamo finiti per rimanere soli con noi stessi. La libertà di cui godiamo oggi, il genere umano non l’ha mai avuta. Ma il prezzo è salatissimo: la dimenticanza di tutti gli “altri” per pensare solo a se stessi. Da qui tutti i nostri mali esistenziali e i nostri problemi quotidiani».
Quali sono i più pericolosi?
«La scienza che si è fatta scientismo, ossia un idolo che viene adorato e non più discusso. La tecnica che si è trasformata in tecnicismo, pretendendo di ridurre l’uomo a pure regole matematiche. La laicità che si è fatta laicismo e la ragione in iper-razionalismo, i due mostri che hanno impedito a Benedetto XVI di entrare alla Sapienza. E la politica che si è troppo politicizzata in senso machiavellico perdendo quello spessore etico che è l’unico collante che le può dare coerenza e consistenza».
Tutti oggi parlano male della politica.
«Sa cosa diceva Platone? Che gli uomini politici che governano in un dato momento non sono altro che l’espressione dell’animo dei loro cittadini. Secondo Platone lo Stato è la proiezione dell’anima dell’uomo. Se noi capiamo questo, comprendiamo come il nodo della crisi attuale non sia fuori ma dentro gli italiani».
Ce la prendiamo coi politici invece che prendercela prima di tutto con noi stessi...
«Jean Paul Sartre, un filosofo che per altre cose può essere biasimato, aveva capito oltre mezzo secolo fa una cosa fondamentale: nella Porta chiusa mette tre personaggi, un uomo e due donne, in un luogo misterioso costretti a fare i conti con la propria colpa, che è quella dell’individualismo e del narcisismo. Quel luogo è l’inferno. Sartre fa una scoperta terribile: che l’inferno sono gli altri. Ecco il punto: l’individualismo portato alle estreme conseguenze, l’essere “single”, è la vera infelicità. Il non andare più d’accordo con la propria moglie, i propri figli, i propri colleghi... E poi ci si stupisce che i politici non vadano d’accordo tra loro?».
Da qui nasce anche l’antipolitica, i Celentano e i Grillo che sostituiscono i “saggi” nella guida del popolo...
«Sono solo degli sciagurati che sfruttano un sentimento insito nel popolo e ne approfittano. Sono come i sofisti dell’antichità. Non bisogna aizzare la gente, ma aiutarla a recuperare in se stessa la necessità di “fare politica”, e far pressione sui politici perché ritrovino la strada dei valori comuni e non degli interessi personali».
Come siamo arrivati a una situazione di sfascio come quella che ci rinfaccia l’Europa, e ci rinfacciamo noi stessi?
«A parte il fatto che diffido per natura degli stranieri che da sempre amano l’Italia ma non stimano gli italiani, io credo che il dramma del nostro Paese, un dramma che paghiamo salato, sia di essere passato da una fase di povertà assoluta, come quella che io stesso ho vissuto durante la guerra quando mangiavo il pane fatto con la segatura, a uno stato di benessere che non ha uguali nella storia della civiltà, e questo in un lasso di tempo brevissimo. La traiettoria tra il nulla e il tutto è stata esplosiva e quando si passa dal “troppo poco” al “troppo tanto” succedono cose catastrofiche. Come quelle che vediamo oggi».
Si perde il senso dei valori...
«Si perde il senso della fatica e del sacrificio, che sono le cose che hanno retto la mia vita e quella della mia generazione. Oggi in molti italiani, giovani e meno giovani, non c’è molta voglia di fare fatica, di fare sacrifici, di “fare lavoro”, nel senso di fare una cosa prima di tutto per se stessa. A volte sento giovani collaboratori appena arrivati in università che chiedono: “Quanto mi danno per questo lavoro?”. Vogliono un lavoro che paga, non uno che appaga».
E la colpa di chi è?
«Di una certa pedagogia e di una certa politica che hanno insegnato ai giovani tutta una serie di diritti dimenticando il loro contrario, ossia i doveri. Chieda a un ragazzo l’elenco dei suoi diritti... Glieli reciterà a memoria. Mentre non saprà ricordarsi un solo dovere. L’etica del dovere non si sa più che cosa sia. Da qui lo sfascio della scuola, e del Paese».
La scuola... Lei la conosce bene: ci insegna da una vita ed è stato uno dei «saggi» chiamati da Luigi Berlinguer per la sua Riforma.
«Con Berlinguer mi sono trovato benissimo, e sono convinto abbia fatto anche un buon lavoro. Ma purtroppo la scuola italiana è infetta da due grandi mali. Il primo, di oggi, è costituito da certi pedagogisti e psicologi attenti agli “strumenti multimediali”... ai contenitori ma non ai contenuti, convinti che non sia compito della scuola offrirli ai ragazzi. Il secondo, di ieri, è il lascito dei professori figli del ’68, moltissimi dei quali vuoti di fedi e di valori. L’effetto ultimo è che la stragrande maggioranza dei ragazzi oggi in casa ha palestre, discoteche e ludoteche, ma non delle biblioteche. Hanno dimenticato la cultura della scrittura: il giovane oggi non sa più fruire, cioè “godere”, il libro. E le ricadute sul sociale sono facilmente immaginabili».
Come si può uscire da questo impasse?
«Riscoprendo i valori. Riscoprendo il senso dell’uomo come persona e in particolare il senso dell’amore “donativo”: non l’amore che pretende ma quello che dà. Che è la vera grandezza dell’uomo. Per evitare di cadere nella grottesca situazione di essere gli uomini più ricchi della storia della civiltà e insieme i più infelici».