L’occupazione della San Giorgio nel 1950 delle lotte in fabbrica

Il comunista Bruschi racconta la battaglia operaia nell’azienda

Alessandro Massobrio

Sarebbe francamente un po' troppo se dal cappello delle citazioni tirassimo fuori Maksim Gorkij o Michail Aleksandrovic Solochov, il cantore del placido Don. È forse più consono all'argomento e rispettoso delle proporzioni rifarci con il pensiero a certi presunti capolavori del realismo socialista di pochi decenni or sono. Mi riferisco a qualche dipinto di robusti operai al lavoro, illuminati dal sole dell'avvenire, mentre le catene dell'oppressione capitalistica giacciono, inerti, ai loro piedi. Oppure a qualche «poema» di migliaia e migliaia di versi, dedicato all'avanzata del popolo lavoratore lungo le faticose cornici di quella montagna dalle sette balze che non è il purgatorio, ma semplicemente l'autogestione aziendale.
Ebbene, qualcosa di simile si ritrova in questa «Una battaglia operaia a Genova», che Giordano Bruschi ha recentemente pubblicato per i tipi dei Frilli Editori, con acclusa una vasta appendice di documenti d'epoca ed una cronologia, che pare scandita sul tamburo di qualche recluta della Grande Armata.
Giordano Bruschi, che ha alle spalle ben sessantaquattro anni di milizia sociale e politica, trascorsi all'interno di quel cursus honorum, che per un vecchio militante della sinistra inizia obbligatoriamente con la Resistenza, per poi attraversare la Cgil, e sfociare infine prima nel Pci e successivamente nel Partito di Fausto Bertinotti, fu degli avvenimenti che rievoca parte attiva non trascurabile. Ed è forse per questo che il legittimo orgoglio gli ha forse, come si suol dire, preso un po' troppo la mano. Caricando le sue parole di quel tanto di enfasi, che sembra (credo involontariamente) in qualche modo evocare le antiche «opere d'arte» di quella buonanima che fu l'Unione Sovietica.
La narrazione storica assume così l'andamento di un romanzo, di un'opera lirica, di una soap opera, con tanto di eroi positivi da una parte e di biechi esponenti del Fodria (forze oscure della reazione in agguato), sempre pronte a spalancare tenebrosi trabocchetti sotto ai piedi dei cosiddetti «buoni». I quali, confortati dall'appoggio popolare, in quei trabocchetti non cadranno mai e poi mai. Per il semplice motivo che, quando il soffio dello Spirito ideologico spira impetuoso non è impossibile che si verifichino miracoli laici. Come quello che ci accingiamo a raccontare e che pare sia accaduto nel giorno di Pasqua del 1950.
Ma procediamo con ordine. Il 1950 è anno quanto mai tribolato per la giovane repubblica, appena uscita dalla guerra. La Dc, che negli anni immediatamente precedenti ha prima scaricato i comunisti dal governo, per poi batterli sonoramente nelle elezioni dell'aprile '48, deve ora affrontare il difficile problema della riconversione industriale delle industrie belliche.
Un problema che affligge particolarmente la Liguria, dove sulla sottile fascia di terra delle due riviere si affollano i più importanti stabilimenti siderurgici nazionali. E non si tratta soltanto di imprese private, come quelle dei Piaggio (Rocco ed Armando), dei Bruzzo, degli Odero, dei Boccardo, degli Zanardi. In gravi difficoltà si trovano anche le imprese pubbliche o a partecipazione pubblica, che la Dc ha mantenuto tali, anche dopo la caduta del fascismo, secondo una concezione di economia mista, che in qualche modo trova il proprio modello nel keynesismo pre-bellico.
Tra queste ultime vi è anche la San Giorgio di Sestri Ponente, un'azienda metalmeccanica, specializzata nella produzione di macchine utensili ed elettrodomestici, che pochi anni prima è stata assorbita dalla Finmeccanica Iri. Una scelta, compiuta probabilmente nella prospettiva di avvenire più sereno per le maestranze. Un avvenire assicurato da quell'assistenzialismo statale, che tanti danni ha inferto all'economia del nostro paese.
Purtroppo, però, le speranze vanno deluse. Dopo un'iniziale ottimismo, generato anche dalla nomina a direttore dello stabilimento dell'ingegner Zuccardi Merli, convinto assertore di un programma di sviluppo e quindi di nuove assunzioni del personale, le carte passano di mano, per finire in quelle - assai meno gradite a Fiom e sindacati rossi - di Federico Nordio, nuovo amministratore delegato, il quale giunge a Genova con un famigerato piano di ristrutturazione industriale già pronto nella borsa.
È un piano che gronda lacrime e sangue per i cinquemila operai della San Giorgio. Prevede, infatti, un radicale ridimensionamento della fabbrica, accompagnata da quello che oggi, in termini giornalistici, si definirebbe «spezzatino», mentre all'epoca veniva indicato molto più sobriamente, senza ricorrere a metafore culinarie, con il nome di scorporo. In altri termini, l'obiettivo è quello di vendita dei settori più appetibili della San Giorgio e di chiusura dei rami cosiddetti secchi.
È il 3 febbraio 1950. A partire da questa data sino al successivo 24 aprile la San Giorgio viene occupata dalle maestranze operaie, che danno inizio non soltanto alla occupazione dello stabilimento ma anche ad una autogestione produttiva, nel corso della quale viene messo a punto un fatturato, valutabile intorno ai 600 milioni di lire del tempo. La soluzione, tutto sommato, positiva della vicenda (riassorbimento della manodopera, revoca dei licenziamenti, pagamento del materiale prodotto nel corso della autogestione) rientra nella politica di mediazione e compromesso della DC del tempo.

Giordano Bruschi, Una battaglia operaia a Genova, Fratelli Frilli Editori, Genova 2005, pag. 203, euro 14, 50.