L’Onu detta le regole d’ingaggio: vietato disarmare gli hezbollah

Le Nazioni Unite: «Nessun Paese interessato ha chiesto cambiamenti». I caschi blu potranno sparare per difendersi e proteggere i civili

Riccardo Pelliccetti

Disarmare gli Hezbollah? Non se ne parla proprio. Dopo il cessate il fuoco, la questione libanese ha creato nella comunità internazionale incertezza e confusione. Annunci roboanti, eserciti mobilitati e poi retromarce forzate. Perché se la risoluzione Onu sulla forza d’interposizione appariva ambigua, sulle regole d’ingaggio era proprio notte fonda. Ci sono voluti dieci giorni (e chissà quali compromessi e limature) per mettere a punto un documento di 21 pagine, dove una sola cosa appare chiara: i Caschi blu dell’Onu che andranno in Libano non disarmeranno le milizie di Hezbollah.
«Non abbiamo ricevuto alcuna particolare richiesta di cambiamento - ha detto ieri Vjiav Nambiar, consigliere particolare del segretario Onu Kofi Annan - e questo ci lascia supporre che potremo finalizzare presto le regole d’ingaggio».
C’è già chi esulta, e non solo gli Hezbollah che manterranno intatti i loro arsenali, e chi si consola con il fatto che le forze internazionali potranno usare la forza (anche se a questo punto non si capisce a quale scopo e contro chi). Ma commenti e interessi di parte esclusi, quello che si profila in queste ore è il fallimento, l’ennesimo, delle Nazioni Unite. Appare chiaro che il Palazzo di Vetro ha deciso di smentire se stesso. Come ha fatto? Semplice, diramando delle disposizioni che sono in totale contrasto con la precedente risoluzione Onu sul Libano, la n. 1559, che nel 2004 imponeva lo scioglimento e il disarmo di tutte le milizie in Libano. Se fino a ieri questa risoluzione era praticamente inapplicabile, ora, nel momento in cui le Nazioni Unite stanno allestendo una forza di 15mila uomini, la situazione avrebbe potuto cambiare. Ma non c’è verso: prima viene studiata e approvata una risoluzione, la 1701 dell’11 agosto scorso, sul mandato della forza Onu che nella sua ambiguità lascia aperte molte interpretazioni, tanto che tutti i Paesi candidati a partecipare alla missione, Francia in testa, chiedono lumi. Le regole d’ingaggio diventano così per giorni e giorni il tormentone delle cancellerie europee. Ma alla fine le accettano tutti. Parigi, la prima a esporsi e anche a tirarsi indietro per inviare truppe, ora non esclude che potrebbe aumentare la propria presenza militare, finora limitata al dispiegamento di altri 200 uomini. «Non si può decidere su due piedi l’invio di migliaia di soldati», ha affermato ieri il ministro degli Esteri Philippe Douste-Blazy.
Ma quali sono, alla fine queste regole? Semplici nella loro complicatezza: primo, come abbiamo già detto, non disarmare Hezbollah perché è compito dell’esercito libanese (che ha ordine di non farlo). Secondo, sparare per proteggersi e proteggere i civili. Insomma, è autorizzata l’autodifesa, ma anche «l’autodifesa preventiva» cioè l’uso delle armi contro una prevedibile aggressione. Resta inteso che sarà un ufficiale di grado elevato (quindi autonomia sul terreno delle operazioni) ad autorizzare l’uso della forza se le forze Onu non sono sotto attacco. I Caschi blu possono sparare quindi contro chiunque ostacoli il loro mandato, la libertà di movimento del personale Onu e dei convogli umanitari e per proteggere la popolazione civile. In ogni caso l’uso della forza deve essere commisurato al livello della minaccia.
L’efficacia di questa missione Onu è quindi tutta da scoprire. Il problema del Libano, è risaputo, sono le milizie armate e i burattinai, all’interno e all’estero, che le muovono. Il Paese dei cedri è dal 1975 che, tra lotte intestine e invasioni straniere, non trova pace e lo spettro di una nuova guerra civile continua ad aleggiare. Che fare per impedirlo? L’Onu di Kofi Annan non vuole disarmare le milizie del terrore e a Israele non si può lasciare mano libera. Quindi, se andrà bene e non accadrà come nel 1982, quando dopo le stragi le truppe internazionali furono costrette a scappare, assisteremo a una missione per la quale ci vorranno anni solo per programmarne il termine.