L’oracolo Gramsci

Meno tecnici e più borghesi. Questa è una delle tante morali che si ricavano dalla vicenda Padoa-Schioppa. Le altre morali (...)

(...) Il Giornale non manca di ricordarle, mentre io vorrei sottolineare come il ministro del Tesoro sia un esempio illustre di quel disastroso personale intellettuale che si lascia reclutare dalla sinistra, convinto di ricevere gloria e fama e non secchiate di fango che rovinano il passato di una prestigiosa carriera.
In fondo, il discorso di Padoa-Schioppa al Senato sul caso Visco rispecchia un anno di azione di governo e di comportamenti contraddittori che si ritrovano in sue dichiarazioni oscillanti fra il «tutto è un disastro» e «bravo Tremonti», e «non mi si riconosce l’opera di risanamento». E poi il tesoretto che è diventato anche lui schizofrenico per non essere da meno del suo ministro, le pensioni... E sul resto non c’è che attendere.
Se per caso Antonio Gramsci fosse stato seduto tra i banchi (del Pci) del Senato, ascoltando Padoa-Schioppa avrebbe preso con la meticolosità che gli era propria molti appunti sul ministro tecnico che arriva dalla Banca. Gli sarebbero serviti per sviluppare le sue tesi sugli intellettuali e avrebbe ritratto il ministro, che tra i banchi del governo perorava la causa del suo viceministro Visco, come un tipico esempio di quelle élite culturali cosmopolite, sradicate dalla società italiana, incapaci di prestare la propria collaborazione per la costruzione della storia nazionale. Figure inutili, intellettuali competenti in uno specifico settore disciplinare, in grado di confrontarsi ad ottimo livello con un proprio pari tedesco, inglese ma che appena si trovano ad affrontare situazioni concrete, politicamente e storicamente determinate, appaiono totalmente spaesati come se arrivassero da Marte.
Ho seguito per televisione una piccola parte del dibattito al Senato sulla questione Visco: nel suo intervento, il senatore D’Onofrio con consumata abilità retorica metteva in luce questa caratteristica di Padoa-Schioppa: tecnico della finanza di indiscussa capacità, uomo politico (a capo del dicastero più politico di un governo) assolutamente fuori dalla realtà, sia per competenze istituzionali, sia per consapevolezza del ruolo storico che ricopre.
Il ministro del Tesoro è solo un esempio di questi tecnici catturati dalla voglia di protagonismo che diventano malinconici personaggi in cerca d’autore. La sinistra, che in Italia è riuscita a prendere per sé la funzione di garante della qualità intellettuale morale e perfino estetica di una persona, ha nella sua anticamera frotte di tecnici in attesa dell’autore che consegnerà loro il copione da recitare a soggetto o, preferibilmente, nel modo più fedele possibile.
Più borghesi e meno tecnici ci suggeriva il discorso di Padoa-Schioppa, ricordandoci il pensiero di Gramsci il quale in un suo «quaderno» intitolato Gli intellettuali, spiegava come non ci fosse bisogno in Italia di élite colte, chiuse nella specificità della loro conoscenza, ma di élite consapevoli del proprio ruolo nella storia, in grado di partecipare alla costruzione della nazione. Élite che possono appartenere al movimento operaio o al ceto borghese, orgogliosi entrambi di appartenere alla propria realtà sociale, consapevoli della loro missione storica, figure vincenti quando sono in grado di realizzarla.
E infatti, in questi termini, Antonio Gramsci descriveva Silvio Berlusconi, certamente con una buona dose di preveggenza e con assoluta concretezza: «Occorre notare il fatto che l’imprenditore rappresenta un’elaborazione sociale superiore, già caratterizzata da una certa capacità dirigente e tecnica (cioè intellettuale): egli deve avere una certa capacità tecnica, oltre che nella sfera circoscritta della sua attività e della sua iniziativa, anche in altre sfere, almeno in quelle più vicine alla produzione economica (dev’essere un organizzatore di masse d’uomini; dev’essere un organizzatore della "fiducia" dei risparmiatori nella sua azienda, dei compratori della sua merce ecc.). Se non tutti gli imprenditori, almeno un’élite di essi deve avere una capacità di organizzatore della società in generale, in tutto il suo complesso organismo di servizi, fino all’organismo statale, per la necessità di creare le condizioni più favorevoli all’espansione della propria classe \». (A. Gramsci, Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura, Editore Einaudi, 1955, pag. 3).
Stefano Zecchi