L’orrore negli ospedali tra i cadaveri buttati a terra

PAURA Nelle strade deserte continuano a risuonare esplosioni e colpi d’arma da fuoco

MumbaiNon era mai successo di impiegare solo 20 minuti per andare dall’aeroporto alla punta di Colaba, la parte più autentica di Mumbai dove batte il suo cuore turistico e commerciale. Per tutto il giorno di ieri le strade della megalopoli indiana sono rimaste deserte, i negozi chiusi, nessun bus e pochissimi taxi. Gli attentati di mercoledì sera hanno messo in ginocchio la città dopo averla colpita al cuore nel suo simbolo più noto, l’hotel Taj Mahal che sorge sull’estremità davanti al monumento del Gateway of India. Nelle strade deserte di Colaba, popolata dai mille personaggi descritti in Shantaram, il libro di David Roberts, si avverte la paura della gente quando ti consiglia di non andare nelle zone colpite. Davanti all’hotel Oberoi e al suo gemello più povero, il Trident, appartenente alla stessa catena alberghiera, c’è una piccola folla di curiosi e giornalisti circondati da camion dei vigili del fuoco e dai blindati della Rapid Action Force, uno dei reparti di «teste di cuoio» impiegati nel blitz per liberare gli ostaggi. I due hotel, che fanno parte della «sky-line» di Mumbai, sorgono di fronte al mare e sono tra i più costosi della città. Per tenere alla larga la folla la polizia ha chiuso la strada con un paio di camion e poi con una cordicella rossa che a mala pena regge l’urto di cameramen e fotografi. Alcuni poliziotti bivaccano lungo il marciapiede e sulle panche di cemento del lungomare di Narimar Point. Da qui si gode una vista superba dei grattacieli, ma il fetore di fogna che sale dalla riva del mare ricorda che Mumbai non è ancora Shanghai. Nell’hotel Trident, che svetta con i suoi 32 piani, ci sarebbero ancora decine di turisti intrappolati oltre a un numero imprecisato di personale di servizio, forse un centinaio. Ma per tutta la giornata le notizie restano frammentarie e contraddittorie, anche se sono passate 24 ore dall’attacco.
L’unica cosa certa sono state le esplosioni di varia intensità e i colpi di arma da fuoco che per tutto il pomeriggio sono risuonati dai vicini palazzi e anche fuori dall’hotel nel vialetto di palme, tanto che si è pensato a un certo punto che i reparti speciali braccassero uno degli attentatori nelle viuzze dietro l’edificio. La stessa scena ieri pomeriggio si ripeteva nella punta di Colaba, a qualche chilometro, dove sorge l’hotel Taj Mahal, monumentale edificio in stile coloniale, che durante la notte è stato gravemente danneggiato da un incendio scoppiato nei piani superiori, sotto il suo «cupolone» che è uno dei simboli della città.
Per tutto il pomeriggio di ieri l’intera città è stata paralizzata dalla paura. Era perfino difficile trovare uno di quei chioschi dove si vendono sigarette e involtini da masticare di «pan», che fanno parte del paesaggio urbano indiano. Gli unici posti movimentati erano gli ospedali. Nella sala mortuaria del J.J. Hospital, un vecchio e decadente edificio, hanno anche portato il corpo di Antonio De Lorenzo, l’unico italiano tra le oltre 120 vittime. Il suo corpo è per terra insieme ad altri stranieri. La procedura di riconoscimento è già stata effettuata ed è in attesa di essere portato via. C’e un via vai frenetico di poliziotti e medici e anche due diplomatici americani che sembrano abbastanza spazientiti dalla tipica confusione indiana. Sulle loro teste passano lastre dei raggi «x» e spessi plichi di fotocopie che sanno di disinfettante. Nessuno che piange, ma alcuni indiani hanno gli occhi rossi. Uno di loro ha perso un fratello che lavorava come inserviente al Taj Mahal. Nei reparti sono ricoverate 169 persone per ferite di arma da fuoco e per ustione. Alcuni sono in gravi condizioni. In questo ospedale c’è stata anche una italiana lievemente ferita, ma era già stata dimessa in mattinata. La presenza di così tanti stranieri coinvolti è di sicuro un brutto colpo per l’industria turistica di Mumbai. «I turisti erano già diminuiti – dice un taxista, uno dei pochi che ieri non aveva paura di viaggiare – per via della crisi, adesso chi verrà sapendo che non si è sicuri neppure negli hotel più famosi e più cari?». Ma è anche l’orgoglio di una nazione che si è infranto con le bombe dell’altra sera. L’India, patria del Mahatma, l’apostolo della non violenza, è piegata da questo ennesimo attentato che per gravità è simile alla scia di bombe che devastarono la borsa e alcuni hotel a cinque stelle nel 1993.
Allora si trattò di una «rappresaglia» per la distruzione della moschea Babri nella città di Ayodhya, sacra agli induisti, ordinata dal partito indu nazionalista del Bjp, il Partito popolare indiano. Allora la firma era quella della criminalità organizzata insieme ai gruppi della jihad pachistana. E anche oggi tutti gli indizi portano alla pista islamica.