L’Ue prende tempo sulla Costituzione Pausa di riflessione fino a metà 2006

Referendum rinviato in Danimarca. Fini: «La Carta non è affatto morta»

Alessandro M. Caprettini

nostro inviato a Bruxelles

Una rottura traumatica sul budget sarebbe un colpo durissimo per una Ue che ancora barcolla. Ma il bandolo della matassa continua a non essere individuato. Sulla Costituzione invece un compromesso lo si è trovato: un rinvio delle ratifiche cui si è dato un nome nobile, «spazio di riflessione», per coprire la vergogna dell’impossibilità di procedere dopo il brusco stop franco-olandese. Quel doppio «no», nelle interpretazioni di Juncker e Barroso, diviene anzi un possibile sì, una volta che sarà spiegato bene ai cittadini cosa comporta il rinnovarsi istituzionale della Ue.
E allora via a dibattiti, convegni, confronti con le parti sociali, la gente comune, le categorie. Di qui a metà 2007 - con una verifica sotto presidenza austriaca, a metà 2006 - l’Europa intera, compresa quella che ha già ratificato, sarà mobilitata per conoscere meglio testi costituzionali che non si vogliono cambiare. Niente «summit straordinario» come quello evocato ieri da Jacques Chirac da dedicare «al futuro dell’Unione», ma più semplicemente un «ognuno per sé», sperando che i popoli dei 25 capiscano o si adeguino. «La Costituzione non è morta, nessuno l’ha detto» han spiegato il presidente lussemburghese e il capo della commissione. Così si va avanti, in modo indeterminato. Farà votare Blair la Gran Bretagna? Chissà. Per ora si rinvia tutto, sperando che non intervengano nuovi incidenti. Voterà il Lussemburgo il 10 luglio, come da programma? Chissà. Deciderà il Parlamento se è meglio un rinvio, ha messo le mani avanti Juncker. E la Danimarca? Referendum rinviato sine die fa sapere il premier Rasmussen. È «una battuta d’arresto», dice il ministro degli Esteri Gianfranco Fini. Che poi aggiunge: «Il trattato non è morto. Prevedeva che entro novembre 2006 la Costituzione Ue dovesse essere ratificata da tutti i Paesi. Non si sposta avanti quella data, ma la pausa di riflessione sicuramente in alcuni Paesi riguarderà i prossimi mesi, fino alla primavera 2006».
Ma il nodo vero restano i quattrini che entrano in ballo solo quest’oggi. Un mare di soldi che annualmente i soci membri versano a Bruxelles e che provocano - per via delle rimesse - ripicche, invidie e gelosie. Sono ormai in 24 a chiedere ai britannici di rivedere lo «sconto inglese», quei 4,5 miliardi di euro (i quali potrebbero divenire 7 in un paio d’anni) che la Gran Bretagna ottenne a compensazione dei minori sussidi in campo agricolo fin dall’84. Londra da questo orecchio non ci sente. «Inaccettabile - ha detto ieri l'uomo del Foreign Office Jack Straw - tanto che, se necessario, porremo il veto». Anzi, precisa poi il portavoce di Blair, non è nemmeno detto che l'accordo lo si debba trovare qui e oggi. In realtà gli inglesi un pizzico di concessione son disposti a farla: rinunciare ai rimborsi loro dovuti, stanti i trattati, dai nuovi dieci soci dell'Est. Ma è una briciola. E in più continuano ad insistere perché semmai si riveda il patto sulla politica agricola (Pac) stipulato solo 3 anni fa e che concede lussuose entrate alla Francia di Chirac. Che, a sua volta, punta i piedi e si oppone. Nonostante stia montando il numero (anche l’Italia osserva che bisognerebbe spendere di più per la ricerca piuttosto che riservare più del 40% del bilancio comunitario alle campagne) di chi osserva che in effetti l’agricoltura non dovrebbe essere il motore dell’Europa del 2000.
Stallo. E messe a punto a metà strada tra la speranza e lo scoramento. «Molto difficile, ma possibile» si lascia andare, speranzoso, Barroso. «Mi auguro un accordo, ma resto scettico» gli fa eco Schröder. «Insufficiente la proposta di Juncker, ci vuole una linea più ragionevole», osserva Zapatero che ha da temere anche lui in un taglio secco dei contributi. E l’Italia? Qualcosina l’ha ottenuta nelle ultime ipotesi messe giù, nero su bianco, dal premier lussemburghese. Fini ha concesso che qualche passo in avanti lo si sia fatto per non penalizzare il nostro Paese. L’apparire della voce «disoccupazione» nel capitolo dedicato ai fondi di coesione (per le regioni più povere) penalizza un po’ meno il Mezzogiorno di quel che si poteva temere giorni fa. Ma ancora non ci siamo. E comunque, al di là dei rispettivi interessi - i Paesi del nord alzano la voce perché dicono di pagare molto e ricevere poco, l’Est europeo non gradisce questo stringer di cinghia in coincidenza col suo ingresso nella Ue - resta alla base di tutto lo scontro anglo-francese. Un muro contro muro alimentato tra l’altro dal convincimento blairiano che solo con lo stop agli aiuti agricoli si può efficacemente aiutare l’Africa ad uscire dal sottosviluppo. E dalla necessità francese di proteggere i propri contadini che si sono rivoltati in massa contro la Costituzione europea.
Di budget 2007-2013 si parlerà più in concreto quest'oggi, giornata di chiusura del vertice, e non è escluso che, dopo una notte di contatti frenetici, Juncker non presenti una ulteriore proposta di mediazione. Anche se la situazione resta complessa.
«Devo ammetterlo - confessa amaro il ministro degli Esteri lussemburghese Jean Asselborn - questo è il vertice più difficile e complesso dei tanti cui ho preso parte...»

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