L’ultima carta dei moderati: «Sermoni solo in italiano»

L’anno scorso, la consulta islamica voleva la fine delle prediche in arabo, ma la proposta è stata dimenticata

Cinque figli, quarantasei anni. Operaio. «Sono qui da 18 anni, ma non conosco bene l’italiano». Con questa affermazione il secondo imam fermato due giorni fa a Pierantonio, trenta chilometri da Perugia e due dalla moschea di Ponte Felcino ancora al centro delle indagini della procura, ha riacceso i riflettori su un problema: la lingua italiana come fattore di integrazione, sicurezza e assieme strumento di tutela per gli stessi musulmani.
Il tema è stato trattato per la prima volta l’anno scorso, in una delle riunioni più tese della Consulta islamica, in un documento presentato dalla maggioranza moderata che vedeva la marocchina Souad Sbai prima firmataria. Oggi, però, si fatica a ricordare che i moderati hanno avanzato proposte concrete per evitare ambiguità tra gli islamici d’Italia aprendo i luoghi di culto all’incontro e non trasformandoli in luoghi di separazione. Il testo, sottoscritto dalla maggioranza dei componenti, 11 su 14 (due membri erano assenti), chiedeva un intervento normativo affinché i sermoni tenuti nelle moschee fossero «in lingua italiana, evitando l’affermazione di un’identità islamica separata e conflittuale». In Inghilterra e negli Stati Uniti, per esempio, lo si sta già facendo e anche Tony Blair, a maggio, ha insistito su questa nuova linea, in un convegno dove erano presenti anche alcuni musulmani italiani.
In Italia, invece, nessuno sembra ricordare quella riunione al Viminale, tantomeno il rappresentante dell’Ucoii a Perugia, l’imam Mohammed Abdel Qader, che dalle colonne di Repubblica ieri si presentava come «uno che da sempre vuole costruire ponti e non distruggere strade». Peccato che nell’incontro del marzo dell’anno scorso al ministero, Nour Dachan, presidente e cofondatore dell’Ucoii proprio assieme a Qader, presentò al ministro Giuseppe Pisanu un documento alternativo e conflittuale con quello dei moderati. Secondo l’Ucoii – si legge nella versione data al ministro di cui il Giornale ha ottenuto una copia – non è necessario imparare la lingua italiana, ma piuttosto «avere uno o più riferimenti musulmani per ogni prefettura; sottoporre un questionario agli ospedali, ai carceri, alle scuole, alle mense di lavoro, dove si chiede se il soggetto è di religione islamica».
Tra le proposte che imbarazzarono anche il ministro Pisanu – che per consuetudine chiese di mettere a verbale il documento dell’Ucoii – c’erano anche la costituzione di una banca islamica: «La presentiamo noi», si specificava nel testo e a oggi nessun esponente dell’Ucoii ha smentito quelle richieste. Neppure Abdel Qader, l’imam duramente contestato dai fedeli qualche mese fa, che da questa vicenda pare stia piuttosto cercando di ritrovare una leadeship. Come se parlasse a nome dei 25mila musulmani che vivono in Umbria, ieri ha detto: «Io posso assicurare ai perugini che non permetteremo a nessuno di danneggiare la sicurezza di questa città».
Souad Sbai, invece, spiegava al Giornale che «è essenziale che i musulmani immigrati in Italia raggiungano un livello adeguato di conoscenza della lingua italiana», auspicando che se ne parli a Montecitorio: «Si potrebbe cominciare a riprendere in mano i documenti votati a maggioranza l’anno scorso. Partire da quelli per aprire una discussione in Parlamento». In un confronto, però, che non parta dalle polemiche innescate da Abdel Qader, che s’interrogava sul diritto «di queste persone di Ponte Felcino e di Pierantonio a proclamarsi imam», ben sapendo che la maggior parte degli imam che predicano nelle moschee dell’Ucoii sono anch’essi operai o gestori di attività di import-export.