L’ULTIMO SALUTO

E dopo cinque minuti lo trovi steso, fermo, rigido. Scappi fuori, sulla terrazza, non sai che fare. Assistere alla morte, quasi fosse fiction è l’esperienza più devastante che ti possa capitare. Ognuno di noi cronisti da marciapiede, ha vissuto fatti di cronaca nera: uccisioni, corpi straziati per strada, lenzuola bianche sopra di loro, incidenti ma, mai (in un’atmosfera, in una scenografia che tutto era tranne che finta) pensavi di poter vivere un’esperienza simile.
Ero andato a prenderlo, prima della trasmissione. Avevamo appuntamento davanti al Bristol. Conosco il Professore dal primo giorno quando arrivò a Genova. Fu un incontro «fatale». Mi disse: «Vittorio so che tu di calcio non capisci niente, ma sei sincero e intelligente. Io e te faremo grandi cose».
Il Professore aveva impeti di entusiasmo, capiva subito chi gli sarebbe stato amico per sempre. Chi non lo avrebbe tradito mai.
Dal Bristol alla terrazza di Primocanale sono centro metri: e sono stati cento metri di pacche sulle spalle, di ricordi, di progetti. Il Professore mi parlava della Repubblica della Guinea dove sarebbe andato ad allenare, mi parlava del cardiochirurgo lucchese, di cui è amico, ma al quale aveva detto: «Sì, il Genoa è bello, ma stai attento». Mi parlava dell’Africa, di Gheddafi, dei suoi pupilli ghanesi. Era pimpante, allegro, in piena forma ed anche prima della trasmissione ci teneva tutti interessati con il racconto dei suoi progetti. Era un fantastico «imprenditore di idee».
«Vittorio - conclude prima di entrare in onda - sei sempre lo stesso: di calcio non capisci niente, ma sei sincero e intelligente. Ti porto con me alla Tv araba, di Al Jazira...».
E giù un’altra pacca sulle spalle.
Poi la sigla di «Gradinata Nord», tutti pronti (da Pirito, a Onofri, a Ravenna) ad «attaccare» il professore, a provocarlo, sapendo che avrebbe fatto «audience» e lui lo sapeva ed era pronto.
Il resto lo sapete: prima lo scontro (ma alla Scoglio) con Preziosi, ma quando la bufera era passata era tornato sereno e tranquillo alla sua poltrona. Improvvisamente il dramma. Cinque minuti: dal sorriso, al pallore, dalla battuta al silenzio, al rantolo, alla fine. Devastante. Una vita che se ne va e tu, lì a pochi passi che non puoi fare niente. Ma proprio niente.
È stata una notte tumultuosa la mia: l’immagine di Franco sempre presente. Un incubo. Ed anche il risveglio confuso, stordito. Uno, due Lexotan, non si sa mai. E il ritorno nello studio, il rivedere quella poltrona, gli amici ancora storditi. Un clima irreale. E la gente che ti chiede: «Ma tu c’eri?». Sì che c’ero. Purtroppo. E le «e-mail» che arrivano una dopo l’altra e Veronica che (ultima immagine di quella ripresa finale della sera) che continua e stuzzicare il «mouse», a rispondere al telefono. Anche lo studio ora mi sembra irreale, ancorato fra le nuvole, lassù dove forse ci sarà anche il Professore. «Ti porto con me ad Al Jazira. Ti faccio regalare una fattoria, un grande terreno...». Professore mio, perché te ne sei andato?
Vittorio Sirianni