L’unico limite di Blair: essere «solo» inglese

Di pensionati così ce ne sono stati pochi nella storia. Basti pensare che le ultime 24 ore di Tony Blair al numero 10 di Downing Street sono state occupate non dall’ennesima disamina dei motivi per cui egli ha avuto il benservito dal suo partito bensì dal progetto di affidargli la leadership di una delle più importanti, e contestate, strutture diplomatiche di questo inizio di secolo: il «quartetto» sul Medio Oriente.
L’ha proposto Bush e non è una sorpresa. Ha obiettato Putin e neppure questo stupisce. Non è comunque il tipo di consultazione per elargire a un ex dal grande nome una consolazione onorifica. I meno coinvolti nel progetto sono stati i britannici, che ovviamente si sono occupati di più, nelle stesse ore, del loro premier entrante, Gordon Brown.
Quello che colpisce in tale frangente è soprattutto il contrasto fra le motivazioni: Tony Blair è unanimemente apprezzato per le sue imponenti e solide realizzazioni nella politica interna e contestato invece - al punto di perdere il potere - per le sue iniziative internazionali, in particolare nel Medio Oriente.
Paradossi come questo sottolineano la vitalità, oltre che l’importanza storica, del personaggio. Ipervitalità, può obiettare qualcuno, rifacendosi al numero dei jobs cui Blair a quanto pare ambisce o che si vorrebbe offrirgli. All’estremo opposto della scala del potere politico c’è la sua «candidatura» al ruolo di diacono della Chiesa cattolica, prima ancora che egli ufficializzi la sua «conversione» dopo una vita passata, almeno formalmente, nell’ubbidienza anglicana. Vero o no, Tony Blair non ne avrebbe parlato col parroco più prossimo a Downing Street bensì col Papa.
Un personaggio fuori misura, dunque, in tutti i sensi. A cominciare, forse, dalle dimensioni del Paese che egli ha servito e che ha contribuito, nel solco di Margaret Thatcher a rendere più ricco e più forte ma che resta limitato dalle sue dimensioni che sono, lo si voglia o no, europee. Se cerchiamo un nome che riassuma la svolta che eventi e scelte hanno impresso all’Occidente non è esatto affidarsi al primo che viene in mente che è ovviamente George Bush. Se si riconosce alla sfortunata guerra in Irak, come è serio fare, motivi più profondi degli «interessi petroliferi», o anche, più probabile, di una reazione prima di tutto istintiva dell’America all’assalto portatole dal terrorismo per la prima volta in casa e nel suo cuore, si deve andare alla categoria della «guerra umanitaria». Che è un’invenzione antecedente all’arrivo di Bush alla Casa Bianca e che porta la firma di due statisti, Bill Clinton pensionato da sette anni e Tony Blair presente alla fine del XX secolo e all’inizio del XXI, in Jugoslavia come in Afghanistan, nel Kosovo come in Irak.
Una coerente opzione «interventista», fondata non solo sulla convinzione di Realpolitik, che nelle scelte importanti l’America deve essere sostenuta comunque e pienamente, ma anche soprattutto su una marcata e rimarchevole intransigenza morale. E su questo almeno due dei «filoni» della molteplice personalità di Blair si incontrano o addirittura si riannodano, dall’ambizione a un immediato ruolo di raccordo e guida nell’area più infuocata e delicata del globo alla serie di passi imminenti in campo religioso.
Da anni Tony Blair viene paragonato a un suo predecessore del XIX secolo, William Gladstone, un uomo tormentato dalle pulsioni della volontà di potenza della Superpotenza dell’epoca e dalle tensioni etiche in tutti i loro laceranti contrasti. Passionali entrambi, entrambi intransigenti e complessi, in qualche modo nevrotici. In più, nel caso di Blair almeno, con uno spirito di «crociata» che a volte sormonta calcolo, prudenza e garanzie. La Gran Bretagna di Blair non è diventata solo più forte, non è ritornata solo «protagonista»: ha subito anche trasformazioni nel suo costume politico e nel ruolo dello Stato che sollevano qualche contrasto colle sue tradizioni garantiste. Al punto che i critici più recisi del «blairismo» raccomandano oggi al successore di prendere iniziative per dare alla Gran Bretagna una Costituzione scritta che essa non ha mai avuto, proprio per porre ostacoli alla denunciata egemonia della «sicurezza». Non è molto probabile che Gordon Brown se ne occupi. Quel poco che si sa di lui al di fuori del partito laburista lo tratteggia come un pragmatico e, nella misura del possibile, un «continuista». Molte cose lo uniscono a Blair, diverse altre li dividono. Compresa l’appartenenza religiosa: se Blair era un anglicano in procinto di farsi cattolico, Brown è un solido presbiteriano scozzese. Anzi, è figlio di un pastore di quella chiesa. Assomiglia in questo più ad Angela Merkel che a Tony Blair.
Alberto Pasolini Zanelli