L’Unione senza anima

Ogni vittoria elettorale ha un'anima. I cittadini capiscono se chi chiede il voto ha un'idea di fondo, o no. Silvio Berlusconi, nel 1994 e nel 2001, per quanto lo si volle screditare, riuscì a convincere della sua volontà di liberare l'Italia da alcuni sentitissimi vincoli posti da magistrature «orientate», oppressioni fiscali, strapoteri sindacali. Il programma era insufficiente? Gli elettori lo sentirono necessario.
Nel 1996 oltre che antiberlusconiano, Romano Prodi apparì il solo in grado di far entrare l'Italia nell'euro, con presunti sicuri rosei destini. Nella sconfitta dell'allora Polo delle libertà, contò la divisione con la Lega Nord. Ma fu fondamentale che l'Ulivo giocasse una carta in positivo.
Oggi il centrosinistra punta sull'effetto distruzione dell'immagine del governo. La sinistra ha sempre coltivato il suo potere delegittimante: solo chi è con noi è antifascista, buono, perbene, democratico. E dunque l'azione demolitrice le riesce alla meraviglia.
Ma l'instabilità politica interna all'Unione sta indebolendo in modo drammatico l'efficacia della propaganda. Pesano le scorribande dei ben noti circoli mediatico-finanziari (più amichetti pm), la volontà egemonica (senza basi adeguate) di Prodi, la destrutturazione dei ds oppressi dal loro postpassato. Decisiva, però, è la carenza di proposte. Le idee offerte da Prodi agli alleati sono spernacchiate. E non solo per intemperanze ecologistiche o neocomuniste su Irak e nucleare. Ma per la mancanza di un'anima, di un grande obiettivo, come fu per esempio l'unificazione monetaria, che consenta d'inghiottire medicine amare. Chi può indicare una via d'uscita? Prodi, con Arturo Parisi e senza Beniamino Andreatta, è in grado di produrre solo aria fritta. Francesco Rutelli chiederà qualche idea a Paolo Mieli, che però ama occuparsi più di potere che di programmi: come si vede dagli scarsi risultati offerti da suoi editorialisti principe. I ds sono allo sbando: Piero Fassino si è nascosto sotto il Monte. Massimo D'Alema veleggia solitario. I riformisti e la sinistra ds cercano protezioni esterne, i toscani diffidano degli emiliani. Naturalmente indicazioni programmatiche palatabili non possono venire dal simpatico Fausto Bertinotti, che al massimo si occupa di porre vincoli (pesanti) ai programmi altrui. Dove ci si può rivolgere? Com'è doveroso in questi giorni, per non passare per fessi, premettiamo che non crediamo a complotti. Neanche Bruto ne organizzò uno per uccidere Giulio Cesare. Gli storici hanno spiegato che fu incidente stradale. Non crediamo ai complotti ma leggiamo libri. Per esempio Capitalismo opaco, Laterza 2005, in cui Federico Rampini di Repubblica raccoglie le sue interviste a Guido Rossi: qui si spiega come si sperò che l'Europa risolvesse i problemi dell'Italia, ma poi l'Unione si rilevò al di sotto del compito. E ora serva dunque una cura più drastica. Quel che conta, naturalmente, è «l'idea». Non che il professore Rossi sia stato consulente di Francesco Greco, sia assiduo interlocutore di Piergaetano Marchetti, di Carlo De Benedetti, di Giovanni Bazoli e ispiratore di Bruno Perini. Ma si può considerare programma una «tabula rasa» in Italia e una resa all'Europa (non integrazione, resa senza condizioni)? Non è male ricordare un antico monito di Carlo Azeglio Ciampi: attenzione che l'Italia dopo l'euro non finisca come il Sud dopo il 1861, integrato senza potere e dignità. Quello, però, che a qualcuno può apparire un incubo, da qualche neogattopardo può essere considerata proposta interessante, soprattutto se condita con speranze di potere (e clientele annesse).