L’Unione si è innamorata del federalismo firmato Polo

Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio. Così a buon diritto potrebbe dire il nostro beneamato presidente del Consiglio. Sì, perché nella scelta dei suoi più stretti collaboratori Romano Prodi non ha la mano felice. Il suo consigliere economico, Angelo Rovati, ha tolto il disturbo perché ebbe la bella pensata di mettere nero su bianco, per di più su carta intestata della presidenza del Consiglio, un piano per la Telecom in palese contrasto con il libero mercato. Leo Longanesi affermava che chi si firma è perduto. Ma il povero Rovati con ogni evidenza lo ignora. Il portavoce di Prodi, Silvio Sircana, è stato lì lì per gettare la spugna per via di una zingarata notturna divenuta di dominio pubblico. Siccome non c’è due senza tre, il consigliere politico di Prodi, Ricardo Franco Levi, ci ha messo del suo. Ad abundantiam.
Dimentico delle disavventure di Rovati, Levi ha preso carta e penna e ha affidato al Corriere della Sera una lettera in cui riconosce che i referendari intendono in perfetta buonafede dare risposta a una domanda di cambiamento, sottolinea che lo stesso capo dello Stato in più occasioni si è fatto interprete di questa preoccupazione e ammette che senza la loro iniziativa non avremmo avuto i passi avanti sulla riforma elettorale, per il vero più apparenti che reali, registratisi da qualche tempo in qua.
Poi riporta critiche altrui, da «il referendum trasformerebbe le elezioni in una competizione tra due soli partiti» a «non si possono azzerare con un tratto di penna forze politiche radicate nella società e oggi rappresentate in Parlamento per libera scelta degli elettori». Di punto in bianco, però, Levi ribalta l’ordine delle priorità. Non nega che la riforma elettorale abbia la sua importanza, ma sostiene che essa va calata in un quadro costituzionale ampiamente rimaneggiato. Non è la prima volta che si evoca una riforma costituzionale per consentire a Prodi di andare avanti alla meno peggio ancora per un paio d’anni. La novità consiste nella ricetta di Levi. Propone una drastica riduzione del numero dei parlamentari. Prospetta l’opportunità di prerogative al presidente del Consiglio che gli conferiscano un’autorità più simile a quella degli altri primi ministri europei. Auspica un Senato delle Regioni e delle autonomie. Suggerisce di conferire alla sola Camera dei deputati il potere di votare la fiducia al governo. Solo così, conclude, i cittadini saranno in grado di scegliere una coalizione, un programma e un leader, e di farlo prima delle elezioni.
Se Levi non fosse un marziano appena sbarcato a Palazzo Chigi, saprebbe che la sua ricetta istituzionale è un plagio. Non è altro che la riforma costituzionale realizzata dalla Casa delle libertà e osteggiata a più non posso un giorno sì e l’altro pure da Prodi e dai suoi compagni di strada. E a furia di diffamare, la riforma non ha superato il referendum confermativo. Dobbiamo concludere che, tramite Levi, Prodi si è ravveduto? E se sì, perché mai?
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