L’università punta sulla demagogia

Con tutta la confusione che c’è adesso all’università, c’è anche il rischio di aggiungere altra confusione con la demagogia. Finalmente un obiettivo è chiaro: la scadente qualità dei docenti, cioè un problema che si è incancrenito attraverso un sistema concorsuale che poteva anche funzionare se fossero stati onesti i rettori, i presidi e gli stessi docenti chiamati a giudicare. Questo non è avvenuto e ora, per l’immediato, mi auguro che il ministro Gelmini non si lasci ricattare dalle lobby accademiche e vari un regolamento che preveda il sorteggio puro e semplice, senza tante manfrine, per la nomina dei commissari nei prossimi concorsi a cattedra, che si sarebbero comunque dovuti sospendere.
Per sottolineare la pochezza della nostra classe docente universitaria si pensa di dare i voti ai docenti per dimostrare ciò che è già ampiamente dimostrato. Cioè le loro carenze. In questo Paese, però, in cui la demagogia è di casa quando non si sa più che pesci prendere, s’è pensato che i voti ai docenti li debbano dare gli studenti.
Supponiamo un quadro di normalità. Gli studenti vanno a scuola per imparare dai professori. Dunque, come fanno gli studenti a sapere quello che dovrebbero sapere i professori per essere bravi docenti? Il voto dello studente al professore presuppone che lo studente ne sappia come il professore ed eventualmente qualcosa in più. È evidente l’idiozia del controsenso.
Si obietta: il voto viene dato non valutando le conoscenze del docente, ma sulla base della sua capacità espositiva e della sua disponibilità a seguire il giovane durante il percorso che lo porterà alla laurea. L’attitudine alla didattica è certamente cosa giusta da valutare, ma può essere lo studente il giudice? E poi, l’abilità didattica è davvero importante all’Università?
Incominciamo dal primo interrogativo. Lo studente potrebbe essere un buon giudice della capacità didattica del suo professore se lui, studente, non fosse, generalmente, un emerito ignorante. I giovani che arrivano all’università rappresentano (non per colpa loro, sottolineo: non per colpa loro) un disastro culturale, a testimonianza che il primo, vero, drammatico problema della scuola italiana non sono né le elementari, né l’università, ma la scuola media e superiore. Il ragazzo che si iscrive all’università trova enormi difficoltà a orientarsi nella didattica accademica, e non sarà mai in grado di giudicare correttamente la capacità di insegnamento del suo docente. Per esempio, potrebbe ritenere oscure le lezioni del professore semplicemente perché è arrivato all’università senza una adeguata preparazione.
Secondo interrogativo. L’abilità didattica di un professore d’università è assolutamente secondaria rispetto alle sue conoscenze documentate nei suoi libri. Io ricordo il mio professore di filosofia antica, Mario Untersteiner, incapace di parlare, con un filo di voce, nessuno riusciva a sentirlo perché si lasciavano deserte le prime tre file onde evitare i suoi sputi che emetteva parlando... Ma un genio, da cui tutti i suoi studenti hanno imparato moltissimo.
Dunque, si diano i voti ai docenti, ma si eviti la demagogia che fa dello studente il giudice. D’altra parte, all’università Statale di Milano, dove insegno, gli studenti danno già i voti ai professori.
Accade questo: al termine del corso, un incaricato del preside distribuisce dei questionari agli studenti, in cui sono indicate le variabili per giudicare il docente. Gli studenti riempiono queste schede che poi vengono riconsegnate al preside e i cui risultati sono pubblicati. I giudizi non fanno né caldo né freddo a nessuno, perché si sa che sono espressi per simpatia, per antipatia dovuta, per esempio, alla severità del professore, per manifesta incompetenza dello stesso studente.
Si giudichino i professori, ma attraverso i loro libri, le relazioni internazionali e, infine, anche per la capacità di insegnare che deve, però, essere valutata da esperti in materia.
L’idea che gli studenti diano i voti ai professori, viene dalle università statunitensi. Ma lì, come si sa, è tutta un’altra musica, che noi non siamo in grado di copiare.