L’uomo che vive ad andamento lento

Il profeta della lentezza, l’uomo che per strada dà la multa ai passanti dal passo troppo svelto, non punta la sveglia da dieci anni. Al risveglio ha bisogno di almeno un’ora e mezzo per carburare. Un quarto d’ora se ne va per il lavaggio dei denti, il risciacquo del cavo orale con l’olio di riso e la pulizia col nettalingua, attrezzo arcuato che sembra uno strumento di tortura ma ha il pregio di rimuovere la patina dalle papille senza provocare conati di vomito; un altro quarto d’ora per la doccia; mezz’ora per la prima colazione, «apparecchio con la tovaglia anche se sono da solo». E così via, senza degnare di uno sguardo l’orologio, fino a quando s’infila le scarpe ed esce. Più spesso alla fine di questi riti mattutini continua a ciabattare per casa, per lui anche bottega.
Bruno Contigiani, fondatore dell’associazione Vivere con lentezza, tiene la bicicletta accanto alla scrivania, appoggiata ai libri, al tredicesimo piano di un quasi grattacielo in piazzale Biancamano. Mentre parla pacatamente, dalle finestre spalancate sulle Alpi senti bene che Milano sta andando in tutt’altra direzione. Sferragliare di tram. Polifonia di clacson. Frese che sibilano in un cantiere. Ululati di sirene a scandire i minuti che fanno la differenza. Considerato che Contigiani trascorre una decina d’ore a letto («in parte dormendo, in parte lavorando»), mezza giornata, cioè metà della sua vita, è sideralmente lontana dal resto del mondo.
Il centinaio d’iscritti all’associazione con sede a Pavia non sono da meno. In occasione della prima Giornata della lentezza, lo scorso 19 febbraio, hanno dato del filo da torcere ai bradipi. A Trento si sono cimentati in una gara a chi arrivava ultimo a piedi. A Ferrara idem, però più complicata: in bici. A Casciana Terme hanno raggiunto l’antico borgo di Lari in groppa agli asinelli. A Napoli si sono ribellati all’espresso del bar e hanno rimesso sul fuoco la napoletana col becco che Pasquale Lojacono usava per preparare il caffè al suo dirimpettaio professor Santanna in Questi fantasmi di Eduardo De Filippo. A Firenze hanno preso il tè offerto da Andrea, fratello del cantante Piero Pelù. A Follonica sono scesi in piazza a leggere le fiabe ai nipoti. A Roma i «cercatori di nuvole» radunati al Pincio hanno confrontato quello che vedevano in cielo con cirri e nembi imprigionati dentro il computer portatile di Paolo Sottocorona, meteorologo di La7.
A Milano intanto Contigiani impazzava col suo autovelox umano in corso Vittorio Emanuele. Colpo di fischietto, consegna della foto polaroid al pedone troppo veloce, contestazione dell’infrazione, possibilità di oblare osservando almeno due dei 14 comanda-lenti («svegliarsi 5 minuti prima del solito», il primo; «smettiamo di continuare a ripetere: “Non ho tempo”», l’ultimo). Come incentivo, mezzo chilo di spaghetti – a «lenta lavorazione», ovvio – regalati dal pastificio Rummo di Benevento, che ha insistito per offrirsi come sponsor dell’iniziativa.
Un’agenzia pubblicitaria ha fatto un calcolo della copertura mediatica riservata alla Giornata della lentezza. Ha misurato i centimetri quadrati sui giornali e i minuti dedicati dai tiggì. «Per avere gli stessi spazi, un’azienda avrebbe dovuto spendere due milioni di euro», calcola soddisfatto Contigiani. «S’è scomodato persino il Tg5, che non si muoveva manco per Tronchetti Provera». È del ramo: ha diretto l’ufficio stampa corporate internazionale di Telecom ed è stato responsabile dei rapporti con i media di Progetto Italia. In precedenza aveva svolto lo stesso incarico in Ibm. Ora è consulente di Pirelli Cultura e di Intesa Sanpaolo, il primo gruppo bancario italiano.
Battendo la sua fiacca apparente, Contigiani ha fatto di tutto e di più. Nasce il 2 luglio 1946 a Milano, dopo un travaglio durato dal lunedì al martedì. Si laurea in economia e commercio. Vive un po’ di ’68, ma senza tirare molotov: «Stavo nel Movimento studentesco, noi della Bocconi eravamo considerati i buoni, nei cortei ci mettevano sempre in coda, eppure ci pareva d’essere bravi maoisti come gli altri». Essendo «piccolino e un po’ storto», comincia a nuotare. Ci prende gusto: diventa allenatore professionista di serie A del Nuoto club Milano. Insegna matematica finanziaria per 16 anni nelle superiori. Lo nominano direttore di Compuscuola, rivista trilingue di scuola e informatica dell’editoriale Jackson. S’improvvisa esperto italiano d’una materia che prima non c’era: educazione alle nuove tecnologie. Collabora con Corriere della Sera, Sole 24 Ore, Tuttoscienze della Stampa. Inventa con la Curia di Milano il primo salone del libro religioso. Contro i pericoli di Internet, compila con Fulvio Scaparro e Gigi Tagliapietra la Carta dei diritti dei bambini nelle reti telematiche. Si sposa. Fa due figli. Divorzia. Si risposa con Ella Ceppi, life coach («allenatrice di vita, insegna come raggiungere gli obiettivi personali»), che gli porta in dote un’altra figlia.
M’accorgo d’essere andato troppo di fretta.
Chi sono gli iscritti?
«Anche giornalisti. E poi professionisti, insegnanti, studenti, operai. C’è un fresatore di Pavia, Davide Zanellato, che con noi ha scoperto di voler diventare guida turistica di trekking».
E che cosa fate?
«Abbiamo scortato sulla Via Francigena per 120 chilometri Eric Sylvers, corrispondente dall’Italia dell’Herald Tribune. In 32 giorni s’è fatto a piedi tutti i 900 chilometri da Canterbury a Roma, come un pellegrino medievale. Col barcè, una barca da fiume a fondo piatto, gli abbiamo fatto attraversare il Ticino a Pavia. Vogliamo rendere la Francigena più sicura. Per alcuni tratti coincide con le statali e la scorsa settimana un vecchietto è stato investito e ucciso mentre la percorreva. Sylvers s’è visto venire incontro i Tir, nei dintorni di Roma. Puntiamo a riaprire la Via Francigena del Sud, quella che andava fino a Gerusalemme. Non la conosce nessuno».
E poi?
«Celebriamo gli equinozi e i solstizi».
Siete pagani?
«No. È che c’è un tempo per la semina e uno per il raccolto. All’equinozio di primavera ci si dà un impegno: sposarsi, fare un figlio, cambiare lavoro. Al solstizio d’estate si tirano le somme. All’equinozio d’autunno si progetta per l’anno venturo. C’è una parte animale in noi. L’uomo funziona meglio se asseconda i ritmi della natura».
Che altro combinate?
«Il 19 settembre, col benestare di Gino Paoli, lancio una nuova iniziativa in varie città: Leggevamo quattro libri al bar. Nei locali pubblici ci sarà una lavagna su cui ognuno potrà prenotarsi. Esempio: Luigi il giorno 20 leggerà alcune pagine di Per chi suona la campana, il 21 sarà la volta di Gianni con Linea d’ombra. Se lo vogliono, distribuiranno fotocopie per far leggere qualche brano anche agli avventori. Seguirà cocktail. Voglio far intervenire gli scrittori a parlare dei libri che hanno segnato la loro formazione».
Congratulazioni.
«A Milano mi aiuta Ombretta Colli. Stiamo cercando al Giambellino il bar del Cerutti Gino cantato dal marito Giorgio Gaber. Ad agosto faremo anche un sopralluogo a New York per esportarci la Giornata della lentezza. Multeremo i pedoni frettolosi sulla Quinta Strada».
Qualcuno si starà chiedendo che ci guadagna a fare tutto questo.
«Non ci guadagno nulla. Ognuno deve avere uno scopo nella vita. Io mi sono dato quello di aiutare la gente a sentirsi meglio. Non è solo folklore. Voglio andare nelle aziende a spiegare che in un ambiente meno ostile i dipendenti lavorano meglio e rendono di più. All’Eni hanno già concesso d’andare in ufficio senza cravatta. Se gli impiegati non sono costretti a vestirsi come pinguini, si può alzare d’un grado l’aria condizionata, con notevoli risparmi d’energia. Punto a far introdurre una mezza giornata settimanale di telelavoro. Chi può usare il computer, lo faccia da casa. Sa di quanto diminuirebbe l’inquinamento nelle città? Non a caso 55 Comuni d’Italia che fanno parte dello Slow city movement, Orvieto e Positano in testa, hanno subito aderito con entusiasmo alla Giornata della lentezza».
Ma lei non lavora mai?
«Certo che lavoro. Ho strutturato la mia agenzia come una bottega artigianale. I giovani che vogliono imparare il mestiere vengono qui. Gli passo tutto quello che so. Spero anche d’essere capace d’insegnargli a lavorare in modo pulito».
In Africa sono più tranquilli di noi eppure un proverbio di laggiù recita: «Ogni giorno un leone si sveglia e sa che dovrà correre più di una gazzella. Ogni giorno una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più di un leone. Non importa che tu sia leone o gazzella: comincia a correre».
«La battaglia è quasi persa. Qui ci stanno dicendo di correre perché la Cina e l’India corrono più di noi. Ma quelle civiltà hanno secoli di lentezza alle spalle. Confucio diceva che il vero signore è lento nel parlare e rapido nell’agire».
Gianni Mura, che si vanta d’essere lento per natura, su Repubblica vi ha criticati, affermando che nessuno oggi può permettersi un tempo liberato dai cellulari, dalla fretta, dalla competitività. A parte i ricchissimi o i poverissimi.
«Non è così. Anche se devi passare dieci ore al tornio, il prima e il dopo lo decidi tu. È inutile che bestemmi ogni volta che abbassi la leva. Pensa piuttosto a come organizzarti una piacevole serata».
Una statistica elaborata dall’Università di Hertfordshire, nel Regno Unito, dà ragione a Mura: le città del mondo dove la gente cammina più lentamente sono la ricca Berna, in Svizzera, 17,37 secondi per fare 18 metri, e la povera Blantyre, nel Malawi, 31,60 secondi per coprire lo stesso tragitto.
«Ok. Posso anche accettare la critica di Mura. Quello che non mi va giù è l’approccio tardo-operaista: gli operai sono infelici e hanno sempre ragione, i ricchi sono felici solo perché hanno i soldi. Anni fa gli avrei dato ragione, oggi no. Paris Hilton le sembra felice? Sono andato alla libreria Utopia per cercare L’economia della felicità di Daniel Kahneman, premio Nobel. La proprietaria mi fa: “Se prima non cambiano i modelli di sviluppo, cosa vuole essere felice...”. Be’, io ho smesso di aspettare che cambino i modelli. Intanto cambio io. Poi, per contagio, spero che il virus si propaghi in chi mi sta vicino».
Se al ristorante ritardano a servirla, o danno la precedenza a clienti che sono arrivati dopo di lei, o lasciano passare un’ora fra una portata e l’altra, lei...
(Non mi lascia il tempo di finire la domanda). «M’arrabbio. Sapesse quanti mi dicono: “Scusa, sono in ritardo, ma tanto tu sei lento...”. Eh no! Che c’entra? Il tuo ritardo ruba il mio tempo. Bisogna imparare a difendersi dai ladri di tempo che continuano a chiamarti per un consiglio, un favore, un pettegolezzo, un aperitivo. Ti divorano».
Quali sono le attività svolte in fretta che più la indispettiscono?
«Mi danno fastidio quelli che parlano velocemente. La fretta è nemica della rapidità. Chi va di fretta procede a zig zag, scompostamente. Quindi arriva in ritardo».
È contrario all’Alta velocità?
«Favorevole. Per me va bene anche il teletrasporto, se mi assicurano, una volta smaterializzato, che non diventerò una mosca quando mi ricomporranno dall’altra parte del pianeta. La regola è: mai sempre veloci, mai sempre lenti. Quando c’è da correre, si corre».
Però sulle strade vorrebbe il limite di velocità a 110 chilometri orari, come l’ex ministro Enrico Ferri, confessi.
«La velocità consentita deve dipendere solo dalla cilindrata dell’auto. Quindi nessun limite, come in Germania, purché chi guida non sia pericoloso per gli altri e per sé. Ma poi chi li farebbe, in Italia, i controlli?».
Lei ha lavorato per Ibm e Telecom, dunque ha qualche responsabilità nei progressi telematici che ci hanno reso schiavi della velocità.
«Sì, è vero. Di per sé l’informatica è neutra, consente di lavorare in un modo migliore. Ma se con le nuove tecnologie te la cavi in sei ore e poi però ti obbligano a stare in ufficio, finisce che passi le due ore rimanenti a fare strategie sul modo per fottere i colleghi, come sostiene il sociologo Domenico De Masi».
Nel suo lavoro come reagisce quando le mettono fretta?
«Sono un soldatino: obbedisco. Sto imparando a non dare risposte immediate. Ma senza imitare quei posapiano che potrebbero risponderti subito e invece lo fanno soltanto l’indomani per dimostrarti che ci hanno pensato sopra».
Non oso chiederle se ha mai cronometrato i suoi momenti intimi.
«Non sono né Sting, che dice di fare sesso tantrico per sei ore, né Chirac, che, a dar retta al suo chauffeur, con le amanti se la sbrigava in dieci minuti, doccia compresa».
Vede in Italia campioni di lentezza?
«Brunello Cucinelli, imprenditore convinto che per fare prodotti belli bisogna stare nel bello, e perciò ha posto la sua azienda in un borgo medievale. Il pastaio Mario Rummo, che accompagna in banca i propri dipendenti per fargli avere il mutuo e gli presta la sua auto di lusso per la cerimonia di nozze. Sergio Marchionne, che non urla mai. Fedele Confalonieri, disposto al dialogo e molto pragmatico».
Quando, come e perché sarà cominciata questa accelerazione parossistica di tutte le attività umane?
«Credo che la rottura risalga alla fine degli Anni 70, con l’importazione di modelli comportamentali statunitensi. Anzi newyorkesi, visto che in realtà nell’America profonda i ritmi di vita sono molto rilassati. A Milano la gente corre, ma nel 90% dei casi non sa nemmeno perché lo fa».
Per progresso s’intende più la velocità che la direzione, pensava Thornton Wilder, l’autore del Ponte di San Luis Rey.
«È così. Chissà, forse corrono senza meta solo per guadagnare di più».
Il tempo è denaro.
«Chi lo disse? Benjamin Franklin, quello del parafulmine, mi pare. Ma se lei inverte i termini, si accorge che non è un’equazione. Col denaro puoi magari comprarti il tempo di un altro, chessò, un autista, una colf, ma quello tuo che hai sprecato in mille affanni è perduto per sempre. Il denaro non ti restituisce il tempo».
Stefano Lorenzetto
(383. Continua)
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