Da Lady Gaga ai Gorillaz è arrivato il wiki-pop

In ogni nuovo brano ci sono citazioni di vecchie canzoni Anche diversissime. È la fine dell’integralismo del ’900: c’è un enorme magma enciclopedico, qualcosa che si potrebbe chiamare wikipop, il pop che si racconta da solo, canzone dopo canzone

Bei tempi quando c’era il muro. Il muro tra i generi musicali, s’intende. Il pop di qua, il rock di là, il metal in fondo, poi il rap, il blues, la techno, il folk e guai a mescolarli (salvo eccezioni rare come il panda) altrimenti i tifosi mamma mia come s’arrabbiavano. In fondo era una certezza: i Backstreet Boys avrebbero sempre sviolinato serenate e gli Slayer sbriciolato chitarre e via andare. Adesso figurarsi. C’è un enorme magma enciclopedico, qualcosa che si potrebbe chiamare wikipop, il pop che si racconta da solo, canzone dopo canzone. Tutti suonano tutto (o quasi). E quindi tutti ascoltano tutto, basta un clic su iTunes: ve lo immaginate nel 1986 un ascoltatore che passasse senza fare una piega da Walk this way di Run Dmc e Aerosmith a, per dire, Charleston di Den Harrow? Impossibile. Oggi no: ad esempio il misogino Eminem ha persino flautato un duetto con Rihanna, ossia il trionfo della femminilità. Solo dieci anni fa sarebbe scoppiata una faida tra i fans. Oggi zero. «Quando ho detto ai miei figli che cantavo canzoni blues anni ’20, temevo mi spernacchiassero. Invece hanno acceso il computer per ascoltare gli originali e dare il loro giudizio. Alla loro età me lo scordavo, se non altro perché comprare tutti i dischi costava troppo», ha detto il Dr. House, pardon Hugh Laurie. Vero. E perciò è nato il wikipop, una reciproca serie di citazioni e rimandi che, cantante dopo cantante, crea un incredibile intreccio musicale. Una rete nella rete. Via il muro. Prendi ad esempio il cd di Kanye West, My beautiful dark twisted fantasy, e trovi citazioni di King Crimson, Black Sabbath, Mike Oldfield, Smokey Robinson, persino Manfred Mann: praticamente la wikipedia del meglio rock dell’ultimo mezzo secolo. E nel cd Scratch my back, Peter Gabriel ha ricantato brani di autori lontanissimi da lui, come Bon Iver o Elbow o Regina Spektor. Certo, visto che si parla di Peter Gabriel che ne fu una delle anime, prima c’è stata la cosiddetta world music, una sorta di mescolanza tribale ed esplorativa, ma era roba molto chic. E ogni tanto il crossover ha ricamato qui e là, tipo mettere il funky nel punk come con i Suicidal Tendencies. Ormai c’è un generale livellamento, e meno campanilismo stilistico. Oltretutto sono arrivati i campionamenti, che servono come il carrello al supermercato: a fare la spesa su tutti gli scaffali. Poi il rap musicalmente povero ha iniziato la campagna acquisti e infine il web ha spalancato le porte a tutti, ascoltatori e musicisti, nebulizzando i cromosomi musicali più tipici. Spieghiamo meglio: se vent’anni fa Madonna avesse annunciato un disco jazz, mezzo mondo si sarebbe piegato in due dal ridere. Invece ora lo ha fatto Lady Gaga (intervista con Stephen Fry sul Financial Times Magazine) e ridono molti meno: tanto più che lei ha già comprato i diritti di Orange coloured sky di Nat King Cole e la canta pure dal vivo. I Gorillaz, poi: prendono, filtrano, rielaborano. Va bene, ci sono esempi anche più a buon mercato, come Jennifer Lopez, non proprio una sul livello di Billie Holiday, che ha fatto il botto restaurando in On the floor la mitica Lambada di fine anni Ottanta. Oppure i Black Eyed Peas, che hanno ripreso in The time un tema della colonna sonora di Dirty Dancing. E si potrebbe continuare fino a sera. Mutuo soccorso. Scambio reciproco. Crollo delle barriere. «I miei figli non hanno un genere preferito come avevamo noi. Ascoltano tutta la musica», ha spiegato Bono degli U2. Ed è vero. Tanto più che l’intero pop è ormai un gigantesco gioco di rimandi che stimola se non altro la curiosità. Insomma, diciamola tutta, è un altro segno dello zeitgeist, di quel disperato bisogno, anche musicale, di ripartire daccapo portandosi dietro solo il meglio (e bye bye agli integralisti).