L'Africa non vuole soldi

Mentre si avvicina il summit del G8 e i leader dei Paesi sviluppati valutano l'approvazione di sostanziosi aumenti di aiuto all'Africa, dobbiamo chiederci che cosa ne è stato dei miliardi di dollari già versati nelle casse del continente africano. L'Africa resta un Paese stremato dalla povertà e dalle malattie, mentre altri avamposti di ex colonie come alcuni Paesi dell'Asia orientale stanno invece crescendo. Alla base dei problemi africani ci sono élite politiche, che negli ultimi 40 anni hanno dilapidato le ricchezze del continente e soffocato la sua produttività.
L'elenco degli abusi è lungo e impressionante. Le élite politiche africane hanno sistematicamente sfruttato la loro posizione allo scopo di riempire le proprie tasche. Hanno elargito favori e guadagnato in prestigio, finanziando enormi progetti di industrializzazione in perdita. Hanno sfruttato le risorse naturali dei loro Paesi e ne hanno trasferito i guadagni, le tasse e i fondi stanziati per gli aiuti, nei loro personali conti bancari all'estero, creando nello stesso tempo enormi debiti per finanziare le operazioni dei loro governi.
Quali sono i risultati di queste politiche predatorie? Secondo la Banca Mondiale e il Fmi, che sono diventati i benefattori dell'Africa, gli africani sono poveri e lo stanno diventando sempre di più. Osservava la Banca Mondiale: «Malgrado i miglioramenti avvenuti nella seconda metà degli anni Novanta, l'Africa sub-sahariana... entra nel XXI secolo insieme a molti fra i Paesi più poveri del mondo. Il reddito medio pro capite è più basso di quanto fosse alla fine degli anni Sessanta. Il reddito, il patrimonio e l'accesso ai servizi essenziali sono distribuiti in modo diseguale. E nella regione vi è una parte sempre più alta di poveri assoluti, che hanno pochissima autorità per poter influire sullo stanziamento delle risorse».
Questa disparità è facilitata dallo Stato africano moderno, creato per la maggior parte dei Paesi da potenze imperialistiche europee, che hanno avuto poco riguardo per le differenze etniche e religiose esistenti fra gli africani. Fin dai primi giorni dell'indipendenza, gruppi antagonisti e in competizione fra loro sono stati costretti a vivere a stretto contatto nel processo politico. Le élite politiche, che hanno preso la guida dei Paesi africani negli anni Sessanta, hanno visto il governo come una fonte di potere e di arricchimento personale. «Cerca prima di tutto il potere politico e tutto il resto verrà da sé» disse una volta il presidente del Ghana Kwame Nkrumah. I leader politici della regione hanno sempre agito in questo modo.
Lo sviluppo positivo dell'Africa non si potrà raggiungere dando nuova esca al fuoco. Dare semplicemente più soldi ai governi africani non fa che rafforzare la pratica dell'abuso. La chiave dello sviluppo sta nella creazione di un dinamico settore privato. Perché un Paese produca di più, i singoli individui devono generare guadagni e reinvestirli nel processo di produzione sotto forma di nuove tecniche, processi e prodotti.
Il settore privato in Africa è formato prevalentemente da contadini e, in misura minore, da affiliate di società multinazionali con capitale straniero. Ma questi gruppi sono sfruttati e intimoriti da élite politiche improduttive che esercitano il loro controllo sullo Stato. Il settore privato in Africa è privo di potere, in quanto non è libero di decidere sulla destinazione dei suoi guadagni.
Caso tipico: le élite politiche africane usano il loro controllo sullo Stato per sfruttare l'eccedenza dei prodotti agricoli a loro vantaggio. Se i contadini fossero liberi di tenere per sé questa eccedenza, potrebbero investirla migliorando le tecniche di produzione o diversificando le loro attività economiche. Invece, le élite politiche usano il controllo dei prezzi e lo strumento fiscale per dirottare quei guadagni e finanziare i loro consumi personali, nonché per rafforzare gli strumenti repressivi dello Stato.
Più le élite politiche africane consolideranno il loro potere stringendo la morsa sulle redini dello Stato, più i contadini diventeranno poveri e l'economia dei Paesi africani regredirà o stagnerà. Il caso più eloquente di questo fenomeno è la Nigeria. Secondo uno studio sulla Nigeria, condotto dal Centro per lo Studio dell'Economia dei Paesi africani, di Oxford, fra il 1980 e il 2000 il Pil pro capite, in dollari del 1996, corretto in base al potere di acquisto, è sceso da $ 1.215 a $ 706 - un crollo del 40%. Il numero di nigeriani che vivono sotto il livello minimo di povertà è cresciuto da 19 milioni nel 1970 a 90 milioni nel 2000. Tutto ciò accompagnato da un massiccio incremento della disuguaglianza. Nel 1970, il 2% della popolazione più ricca aveva lo stesso reddito del 17% della popolazione più povera. Nel 2000, il reddito del 2% di ricchi era pari a quello del 55% di poveri.
Il futuro sviluppo dell'Africa richiede un nuovo tipo di democrazia - una democrazia che garantisca la gestione dell'economia non soltanto alla élite politica, ma anche ai produttori del settore privato. È necessario che i contadini, che costituiscono l'anima del settore privato, diventino i veri proprietari del loro bene primario, che è la terra.
La proprietà privata della terra non genererebbe soltanto ricchezza, ma contribuirebbe a controllare la deforestazione dilagante e la desertificazione in continuo aumento. Il cosiddetto sistema di proprietà fondiaria comune, che in realtà è proprietà dello Stato, dovrebbe essere abolita. Inoltre, i contadini hanno bisogno di avere accesso diretto ai mercati mondiali. I produttori devono essere in grado di offrire i loro raccolti invece che essere costretti a vendere i prodotti della coltura agricola agli enti controllati dallo Stato.
L'Africa ha bisogno di nuove istituzioni finanziarie, che siano indipendenti dalla élite politica e che possano soddisfare le necessità finanziarie non solo dei contadini, ma anche degli altri produttori su scala medio-piccola. Oltre a procurare servizi finanziari, queste istituzioni potrebbero provvedere a tutti gli altri servizi tecnici che al momento non vengono forniti dai governi africani, quali la ricerca delle colture agricole, ampliamento dei servizi, miglioramento dell'allevamento, immagazzinaggio, trasporto e distribuzione, allo scopo di rendere l'agricoltura più produttiva. Un tale cambiamento potrebbe per la prima volta portare alla creazione di una vera economia di mercato che risponda ai bisogni dei produttori e dei consumatori africani.
Oggi i governi africani mostrano di capire come un buon governo possa contribuire alla crescita dell'economia. Tuttavia, stanno ancora facendo troppo poco per risolvere il problema cruciale dell'enorme squilibrio di potere fra la élite politica e i produttori del settore privato. I governi africani dovrebbero spendere più tempo per risolvere questo problema invece che preoccuparsi di far colpo sui governi stranieri, compresi quelli del G8, con resoconti inflazionati sulla democratizzazione del continente.
*Moeletsi Mbeki è vice presidente dell'Istituto degli Affari Internazionali del Sud Africa (Ente indipendente presso l'Università di Witwalersand) e fratello del presidente sudafricano Thabo Mbeki. È autore di un recente studio dal titolo «Sottosviluppo nell’Africa sub-sahariana: il ruolo del settore privato e le élites politiche».
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