L'antropologo: "Colture ma anche culture alimentari sostenibili"

Il professor Ugo Fabietti spiega la chiave di lettura dell'antropologia culturare sul tema della commensalità e degli aspetti simbolici che permeano il rapporto fra uomo e alimentazione che è interculturale ma a rischio se vengono imitati modelli sbagliati che snaturano tradizioni, culture e territori

La prospettiva antropologica coglie aspetti simbolici, storici e di relazione su come l'uomo fa società attorno al cibo e sulle diverse forme di commensalità che si sono sviluppate e si stanno sviluppando fra inclusione ed esclusione, in un scenario interculturale. A curare questo percorso di Laboratorio Expo è il professore Ugo Fabietti, docente di antropologia culturale all'università Milano Bicocca. Che spiega al Giornale.it, questa particolare e interessante chiave di lettura che è uno dei temi al centro del secondo Colloquium internazionale di Milano oragnizzato da LabExpo di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e Expo Milano 2015.

"Il cibo non è solo quello che introduce nel corpo, ma è una di quelle cose maggiormente investita dalla cultura umana, materia trasformata dall'uomo attraverso preparazioni diverse, combinazione di gusti, elaborazioni di materie. Noi mettiamo molta cultura nell'investimento simbolico sul cibo, attorno al quale si sviluppa la costruzione di modelli di comportamento e gusto che ci segnano per tutta la vita: i sapori ci riportano indietro nel tempo suscitando ricordi, emozioni ambientali e sociali. Basta pensare a quello che ha scritto Marcel Proust nel suo Alla ricerca del tempo perduto: dopo aver aver riassaporato il gusto della madeleine, il dolce tradizionale francese che mangiava da bambino, quella sensazione l'ha fatto tornare a quei lontani giorni d'infanzia trascorsi a casa della zia malata, a quel mondo ritrovato. E come la sessualità, il cibo è legato alla dimensione del desiderio e come tale è oggetto di restrizioni: ne sono un esempio i divieti della Bibbia, i tabù alimentari dell'Islam, le limitazioni del Cristianesimo".

Un immenso universo simbolico rispetto al quale l'antropologia mette l'accento sulle ricadute nel mondo contemporaneo, su come ci si relaziona con il cibo: bene, male, provenienza, qualità, identità, riconoscibilità. "Comportamenti riconducibili alla ritualità per distinguersi scegliendo, come avviene nel mondo Occidentale, abitudini alimentari di altri Paesi - prosegue Fabietti -, con contaminazioni che generano scambi interculturali fra timori e idiosincrasie verso il cibo esotico e distintivo. Invece ci sono Paesi come il Messico e in parte l'India – tra gli altri – dove a grandi tradizioni culturali si associano ampie sacche di povertà e di arretramento sul piano culturale che imitano modelli alimentari come quelli Usa ritenuti prestigiosi ma che non sono esempi di sana alimentazione".

C'è poi l'estetica del cibo che interessa i Paesi ricchi più per la dimensione visiva e cromatica dei piatti che da quello del gusto e della qualità: "Fenomeno che si riflette nei supermercati e in altri luoghi d'eccellenza alimentare dove il cibo è bello, l'ambiente avvolgente e rassicurante".

"Esplorando le forme della commensalità vogliamo dare un contributo di conoscenza, indicando strade virtuose e rispettose, in un mondo frammentato dove giocano interessi economici che escludono l'accesso alle risorse, tentano di imporre modelli uniformi e disancorano dalle tradizioni territoriali e sociali. C'è invece la necessità di mantenere il legame con il passato non per chiuderci, ma per dare senso a quello che si fa e si è".

"L'Expo è davvero una grande occasione, un grande convegno mondiale sul tema della nutrizione come pratica quotidiana legata alla qualità della vita - conclude Ugo Fabietti -, su come le popolazioni che soffrono di carenza di accesso alle risorse possono rendersi conto che devono cercare, anche con l'aiuto delle organizzazioni internazionali, di attuare comportamenti alimentari sani in continuità con le loro tradizioni e territori. Perché se è centrale il tema delle colture sostenibili lo è anche quello delle culture alimentari sostenibili".