L'arte salvata ha il sacro sapore di una rinascita

I successi dello speciale comando dei Carabinieri che compie 50 anni

Dice molto sulla natura degli uomini la bella mostra «L'arte di salvare l'arte», curata da Francesco Buranelli, con una selezione formidabile dei ritrovamenti del Comando carabinieri tutela patrimonio culturale, costituito cinquant'anni fa dal generale Pio Alferano e a lungo governato dal formidabile generale Roberto Conforti, con l'assistenza tecnica, per la fondamentale banca dati, del maresciallo Santino Carta. Lo stesso attuale comandante generale dell'Arma, Giovanni Nistri, è stato a capo di questo nucleo, essenziale necessario e avventuroso, cui io ho prestato la mia collaborazione per importanti ritrovamenti e schedature. Altre meritevoli direzioni, come quella del generale Ugo Zottin e dell'attuale Fabrizio Parulli, si sono distinte per impegno, studio e avanzamento tecnologico, fino a sempre più importanti risultati, e qualche gaffes. Come quella relativa alle opere autentiche, sequestrate come «presumibilmente» false, dell'artista concettuale Gino de Dominicis, sulla base di valutazioni penose di ignorantissime esperte e di avvocati interessati, mortificando grandi collezionisti e lo stesso artista.

Ma la presentazione di oggi negli ambienti del Quirinale è un vero trionfo dello Stato e delle sue forze migliori, volte a difendere il valore più alto, che è quello del patrimonio artistico, umiliato da vandali e depredato anche nei luoghi più sacri. Nulla sembra ostacolare la cupidigia degli uomini che vogliono per sé quello che è stato concepito per tutti, spingendosi oltre la convenienza e il rispetto dei beni comuni. Rubare nelle chiese e nei musei è una sfida audace e cupida (non sempre e non solo per interessi economici); perlustrare la terra per trovare vasi e ori nelle antiche necropoli è un'azione violenta e condannabile, ma deriva da un culto della terra che nasconde e preserva tesori, intesi spesso da chi li ritrova come res nullius. Le leggi sono univoche e chiarissime su questa materia. Ma il tombarolo è diverso dal ladro, come il ragazzo che trova le monete antiche in un'area archeologica. Profana, sfida la notte e la morte, ma fa riemergere ciò che non si conosceva; talvolta con infinito stupore. Non è sottrazione a qualcuno o a una istituzione, ma uno scavo fertile che aumenta la quantità dei beni e la loro conoscenza. Queste riflessioni, sulle ragioni assurde che muovono gli uomini ad appropriarsi di capolavori che non potranno possedere, fanno intendere la percezione primitiva, e talvolta consapevole del valore spirituale delle opere d'arte, rispetto a qualunque altro bene materiale. Opere desiderate e maledette.

Un caso limite è quello della impressionante serie di gioielli della manifattura Castellani, non propriamente beni storici e archeologici, ma largamente commerciali, nell'intendimento di riprodurre idealmente modelli etruschi, testimoniando, come per altri dichiarati falsi, un esercizio di tecnica e di rielaborazione più che una creazione ispirata agli ori antichi. Il furto della notte del 30 marzo 2013, al Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, non essendo di beni archeologici poteva apparire anomalo. E così i carabinieri hanno verificato, individuando il committente del furto in una signora russa che voleva possedere e indossare quei gioielli. Qualcosa non funzionò con la capricciosa committente e i ladri cercarono altri compratori, accordandosi (comicamente) per trattare in un bar di Fiumicino. Una volta scoperti dai carabinieri, prima ancora di entrare nel bar, cercarono di fuggire buttando dal finestrino le parures di gioielli, subito recuperate sul ciglio della strada. La serie Castellani è veramente formidabile, nella sua originale stravaganza.

Ma, tra le presenze sorprendenti della mostra al Quirinale, vi sono opere capitali come la Kylix, i Kantharos, le coppe di Eufronio e della sua bottega, oggi affidati al museo di Cerveteri e recuperati in Svizzera e in America negli anni Novanta. La sala monografica dedicata a Eufronio affianca alle opere recuperate quelle appartenenti a musei, come il grande Cratere del Museo archeologico di Arezzo, sculture, teste votive, frammenti di affreschi, tegole dipinte che consentono di ricostruire il patrimonio di Cerveteri. Ed ecco, paradossalmente, che il lavoro dei tombaroli e degli archeologi si integra. Per restare nell'ambito archeologico, il monumento più straordinario tra i ritrovamenti, non inferiore ai Bronzi di Riace, è il Trapezophoros con i due grifoni di Ascoli Satriano, nell'antica Daunia, ritrovato a Ginevra insieme a migliaia di reperti archeologici. Il capolavoro, restituito nel 2007, rende Ascoli Satriano una tappa inevitabile del tour archeologico del mondo antico. Sorprendenti, elegantissimi, i grifoni, con una viva policromia, e senza precedenti. Non meno importanti sono gli oggetti cultuali del ricco tesoro di Morgantina, da cui proviene (e a cui è tornata) la Dea che fu lungamente nel museo Getty di Malibu. La qualità di questi argenti è tra le più alte che si conoscano, paragonabili soltanto al tesoro di Filippo il Macedone a Virghine, vicino a Salonicco. Anche qui lo scavo clandestino ha accresciuto il nostro patrimonio. Non è invece un capolavoro, ma ha alto valore simbolico, la Triade Capitolina, inevitabilmente esposta. Ma sorprendenti sono anche la mirabile Vera croce, rubata al Museo diocesano di Velletri, del XII secolo; e, come la più bella delle donne, nelle sue forme sinuose e femminee, quasi dotata nella parte inferiore degli organi sessuali femminili e di sottilissime caviglie, la meravigliosa scrivania a ribalta di Pietro Piffetti, scomparsa misteriosamente da palazzo Chiablese di Torino dov'era non come mobile, ma in perfetta integrazione dell'apparato decorativo della sala. Quindi, benché mobile, immobile per destinazione.

Una sezione relativa al terremoto indica l'impegno del Comando tutela per il recupero delle opere in pericolo, da Preci a Norcia, ad Accumuli, ad Amatrice e, prima ancora, in Valnerina e in Valle Castoriana, e a L'Aquila (valga per tutte la replica della Sindone, «salvata» ad Arquata). In mostra hanno un significato particolare la Sacra famiglia di Cola dell'Amatrice da Cittaducale, l'Apparizione della Madonna a San Filippo Neri di Tiepolo dalla devastata (più di quanto non si sappia) Camerino, la commovente Madonna adorante (lignea e policroma) di Saturnino Gatti dalla sconvolta Castelluccio di Norcia. I carabinieri intervengono anche nelle zone di guerra, in Iraq e in Siria, e lo documentano alcuni busti funerari da uno scavo clandestino a Palmira.

Vi sono poi i dipinti, i grandi dipinti: ed è una festa rivedere (visto che a Urbino non sta mai, avviata come è, dal direttore austriaco, in qualunque parte del mondo) la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca, opera sacra più all'arte che alla fede, con la luce divina che arriva dai vetri piombati sulla parete di sinistra. Fu il primo importante recupero del Nucleo tutela al tempo del neonato ministero dei Beni culturali, con la compiaciuta soddisfazione del ministro Spadolini. Gli angeli in blu e in rosa sono più moderni degli omonimi periodi di Picasso. La festa continua con il recentissimo ritrovamento della Madonna con il bambino di Luca Della Robbia, rubata quasi cinquant'anni fa dalla chiesa di San Giovanni evangelista di Scansano. È ottima anche la scelta delle Madonne dei due cognati Giovanni Bellini e Mantegna, una rubata nel 1970 a Pavia e l'altra nel gruppo di quelle trafugate con un colpo spettacolare al museo di Castelvecchio a Verona, nel 2015.

In questo tripudio di capolavori ritrovati c'è anche un reperto di epoca democristiana: l'incredibile selvaggio Contadino provenzale, antefatto di tutta l'opera di Antonio Ligabue, di Vincent Van Gogh, acquistato nel 1910 a Parigi, insieme a un altro capolavoro (pressoché sconosciuto, e ancora in Italia), di Cézanne dal pittore Gustavo Sforni, e poi venduto (non rubato), senza rispettare la legge, al grande collezionista svizzero Beyeler, con la Fondazione a Basilea. Oggi il Contadino (modernissimo) si lascia guardare, rassegnato e soddisfatto, nella Galleria nazionale di arte moderna di Roma, dopo essere stato manovrato da Sereno Freato, capo della segreteria politica di Aldo Moro. Una storia italiana, degna di un film di Alberto Sordi. Oggi, grazie a funzionari capaci, che ne hanno impedito l'esportazione, come ricorda Fabio Isman, il capolavoro è in Italia. Una vittoria per lo Stato.