L'arte semplice e normale del solitario Martinez

La sua idea, pura e antiretorica, di «essenzialità» non ha eguali nella scultura del nostro '900

È difficile intendere come sia potuto avvenire che, tra gli anni Venti e gli anni Quaranta, in pieno fascismo, la Puglia abbia espresso due maestri di formidabile talento: Giuseppe Ar (Lucera, 1898-Napoli, 1956) e Gaetano Martinez (Galatina, 1892-Roma, 1951). L'uno nato a Lucera, l'altro a Galatina, in due luoghi incantati della provincia italiana, trovano a Roma l'occasione e gli stimoli per manifestare il loro talento, ma senza mai nulla perdere della verità e della poesia delle loro origini. E se Ar, crepuscolare, e intimista, indirizza la sua ricerca verso una poetica della memoria, rivivendo le ore d'estasi di un'infanzia prolungata nella campagna di Lucera, Martinez definisce sorprendentemente, senza ingombri liberty o déco e senza retorica monumentale, un'idea di normalità che non ha l'eguale nella scultura del Novecento.

Ha scritto Antonio Cassiano: «Il lavoro di Martinez è improntato ad un'estrema semplicità ed essenzialità... anche quando gli capita di lavorare con gli architetti della Roma degli anni Trenta, come nel palazzo Ina di via Sallustiana o alla Banca d'Italia, o in altre opere decorative della magniloquente architettura fascista (Palazzo delle poste a Taranto, Palazzo della finanza a Bari, Palazzo Ina a Lecce). La sala personale riservatagli alla Biennale di Venezia del 1942 evidenzia bene come l'artista si muoveva con quegli intenti di sentimenti umani e di forza plastica che erano di Arturo Martini o Emilio Greco da cui in seguito si allontana per rendere ancora più essenziali le sue figure».

I suoi formidabili ritratti di donne e bambini esprimono una vita quieta, un sentimento di tranquillità che riproduce la lentezza di un mondo contadino, che si perpetua sempre identico, immutabile. Nel movimento dei capelli, nella fissità degli sguardi, nella predilezione per le simmetrie, Martinez sembra volerci confermare che compito della vera scultura è impedire che le cose mutino, che il tempo passi, che la giovinezza tramonti. Martinez non deve celebrare nulla, non deve commemorare, non deve eternare. Come gli è estranea ogni celebrazione, così non può appassionarsi e applicarsi a nessuna mitologia. Non per questo gli è preclusa l'idea del mito. Mito contrapposto a mitologia. Ovvero mondo contadino contro mondo degli dèi e degli eroi, cioè contro tutta la tradizione prevalente, dal Rinascimento al fascismo, fino alla retorica monumentale della Stadio dei marmi, da lui elusa: Martinez coglie una semplicità tanto pura e assoluta da avere in sé una regalità severa, perfino religiosa. Mai arcaico, mai primitivo, nell'accezione dominante del nostro secolo, da Carrà a Rosai, da Martini a Marino. Semplicemente semplice, calmo senza perdere tensione. Questa condizione originaria viene da un istinto creativo che non è legato né a scuole né ad accademie. A chi gli domandava della sua formazione Martinez rispondeva, con compiacimento: «Autodidatta», aggiungendo, come si legge nella scheda del 1933 conservata all'Archivio storico di arte contemporanea di Venezia, di non avere «mai visto uno scultore modellare». I suoi maestri erano stati «gli umili operai di provincia» (muratori e scalpellini) che lavoravano la pietra leccese nella piccola impresa edile del padre.

Eppure Martinez, «isolato e solitario», rivelatosi scultore per divina intuizione, mostra una sapienza che rivela la conoscenza delle forme essenziali dell'arte, da Giotto a Mestrovic. Questa condizione fu, per Martinez, un vantaggio espressivo, per l'evidenza di una genuina naturalezza, e insieme un limite. È quello che osserva Giancarlo Gentilini: «Il mito dell'artista nato dal nulla e tutto intuito, che pure, in anni inclini a un primitivismo naïf e al recupero delle tradizioni popolari e artigianali, garantiva il successo mondano del sarto scultore Quirino Ruggeri, esaltato dalla cultura romana tra Valori plastici e critica longhiana, o del carabiniere pittore di Ruvo, Francesco Di Terlizzi, che conquisterà la Milano degli anni Trenta esponendo accanto a Carrà, Picasso e Kandinskij, si sarebbe rivelato per Martinez assai nefasto, richiamando l'attenzione della critica più sull'uomo e sulla sua ardua, sfortunata vicenda, che sullo scultore e il valore delle sue opere».

Che sono, invece, intensissime, di lirica, originaria, bellezza. Così come Martinez si manifesta nella serie dei «teatrini», dove il calore della vita, in azioni quotidiane e perfino in eventi straordinari, come un assassinio per gelosia, sembra trovare nella terracotta non solo un calco dell'azione, ma dell'alito che anima i corpi, della vita stessa. E senza indulgere a un facile realismo, Martinez è un artista potentemente sintetico, essenziale. I suoi riferimenti sono prima ancora che gli scultori classici, pittori come Giotto e Piero della Francesca; ed è certo che egli non avrebbe mai potuto interpretare il primitivismo altro che nell'accezione storica, risalendo ai primitivi italiani, da Antelami ad Arnolfo di Cambio a Tino di Camaino. Certo, essi sono nei suoi occhi, ma quando ne trasporta le lezioni nel racconto della vita quotidiana, egli attinge a una miracolosa naturalezza nella quale tutta l'arte e tutto il passato sembrano dissolti; e non vi è neppure spazio per una declinazione sentimentale o crepuscolare come in Giuseppe Ar.

Asciutto, assoluto, diretto è Martinez nelle sue - non rare - opere più alte. Forse è l'unico artista di questo secolo che non si sia posto, neppure per contraddirlo, il problema dell'avanguardia. Picasso e Martini sono artisti della volontà, e così Libero Andreotti, Quirino Ruggeri, Domenico Rambelli, Bruno Innocenti. Per Martinez la scultura è un prolungamento della vita, una protesi, un doppio del corpo. Arte non eloquente, non emblematica, non dimostrativa. Martinez non deve dire, non deve significare, non deve mostrare niente. Tenta di testimoniare semplicemente la dignità della vita, la purezza di un gesto, l'inevitabilità delle passioni. Egli è artista come un altro è contadino o pastore o mercante. Artista è una condizione e un mestiere. Occorre farlo senza artifici, puntando all'essenziale. Il resto è finzione, letteratura, simbolo. E a Martinez interessa soltanto la vita. La profonda convinzione di dovere estrarre, dalle sue forme rispecchiate nella realtà, un'anima, lo rende intimamente persuaso che nessuna novità di ricerca avrebbe potuto compensare l'abbandono dei modi tradizionali della scultura.

Con questa certezza, impermeabile alle avanguardie, nel 1951, Martinez morì.