Da lassù Bertinotti si concede solo un po’ di demagogia

Caro Granzotto, temevo (ut e ne insieme, lei mi intende) che fosse reso pubblico, attraverso la sua interessante rubrica, il mio sfogo contro il comportamento di tre Padri della Patria in occasione della elezione del Presidente del Senato. La sua benevola disponibilità mi induce, ora, ad abusarne e a confessare un’altra delusione, questa volta riguardante Bertinotti eletto, sia pure da una parte sola, Presidente di tutti i deputati. Nonostante la siderale distanza che separa le mie convinzioni di semplice uomo della strada dalle sue di consumato professionista della politica, avevo stima, addirittura ammirazione per la sua lucida intelligenza, per la sua colta dialettica, per la sua ribadita coerenza, in due parole per quello stile e quella serietà che mancano in moltissimi. Sentirlo, perciò, autoincensarsi alla sua prima esibizione a Porta a Porta, e subito dopo, invece di contrastare le affermazioni del Papa sui Pacs in una polemica che è inalienabile diritto di tutti, pretendere di sostituirsi a Lui, me lo hanno fatto cadere dal cuore. Il deputato Bertinotti (il titolo di onorevole dovrà meritarselo sul campo come egli stesso sostiene) pontificava che la Chiesa ha il dovere di benedire tutte le unioni coniugali, nessuna esclusa, in virtù della indivisibilità dell’amore di Cristo. Di questo passo, tempo verrà che il compagno Bertinotti potrà invocare il ruolo di Antipapa e consacrare i vescovi della Chiesa Italiana, sull’esempio della Cina a lui vicina.
Il colpo di grazia alla mia illusione lo ha dato inoltre la sua partecipazione alla parata del 2 giugno. Sono rimasto allibito del suo comportamento che mi è apparso puerile (di infantilismo del resto dà spesso esempio il leader della sua coalizione) per cui egli era lì inchiodato dal suo ruolo ma ostentava vistosamente che il suo cuore era a Castel Sant’Angelo con i facinorosi della pace. Affermava così la sua ambiguità e soprattutto la sua ubiquità, prerogative concesse all’Anticristo quando verrà, a meno che questi sia già venuto e non ce ne siamo accorti. Quando verrà piuttosto, caro Granzotto, il tempo in cui il si vorrà dire sì e il no, senza distinguo e riserve? O più semplicemente quando si potrà vivere in un Paese dove «Buongiorno» vuol dire «Buongiorno» secondo l’auspicio del caro indimenticabile Zavattini? Io non lo vedrò, ohimè, ma lo invoco.

Ha sentito Prodi? Nel seminario di Pentecoste esortò i membri del gabinetto – e son cento, con cento auto blu al seguito - a rispondere alle domande dei giornalisti «in modo generico, senza mai entrare nel merito dei problemi». Dunque, se puta caso qualcuno della centuria volesse parlar chiaro, senza distinguo e senza riserve, darebbe un dispiacere al nostro bravo testa quedra, il quale, oltretutto, è noto per essere rancoroso e vendicativo. Ovviamente Bertinotti non è tenuto ad assoggettarsi ai dettati pentecostali: ora lui è lassù, nell’Olimpo istituzionale. Ora risiede in una magione che nemmeno il Re Sole. Ora dispone di numerosissimo personale di servizio, maggiordomo, camerieri e cameriere, guardarobiere e autisti, tutti in livrea: moderna, adatta ai tempi, ma sempre livrea. Ora egli e tributario di molti salamelecchi, d’una poltrona in prima fila nelle manifestazioni ufficiali, della scorta e del peperepé dei trombettieri. Potrebbe quindi prenderselo il lusso di dire pane al pane e vino al vino. Ma non lo fa. Quando si respira l’atmosfera rarefatta dei piani alti del Palazzo, quando se ne sperimentano le agiatezze e gli sfarzi, la paura di mettere un piede in fallo rende prudente e dissimulatore anche il vecchio e tosto «parolaio rosso». Il quale, al massimo, si concede qualche battutaccia demagogica, come quella di voler trasformare il Parlamento in una casa del popolo. Tanto, che gl’importa: basta che il popolo non metta i suoi piedacci nel sontuoso appartamento avuto in dotazione e tutto il resto può tranquillamente diventare bivacco per questi o quei manipoli.
Paolo Granzotto