Lauree, economia batte ingegneria

È la facoltà più richiesta dalle imprese. Il primo stipendio supera in media i 22mila euro l’anno

Qualche volta i laureati in filosofia si illudono: ora - dicono le mode - nelle aziende è il vostro momento. Perché c’è «l’apertura mentale» per «occuparsi di tutto». Ma poi le classifiche smontano l’illusione: meglio studiare ingegneria. O economia. Che - dice l’indagine appena realizzata dall’associazione direttori risorse umane Gidp/Hrda - è tornata al primo posto fra le lauree più desiderate dalle imprese, scelta dal 21%. «È per via della delocalizzazione - spiega Paolo Citterio, presidente di Gidp - che rende più appetibile una laurea meno “tecnica”».
Ingegneria perde il primato, ma non il potere: due rami molto diversi, come gestionale e meccanica, rimangono la seconda e la terza scelta per le aziende. Qualcuno resiste: «Giurisprudenza è la quinta laurea - spiega Citterio - perché le multinazionali hanno sempre bisogno di esperti “locali” in faccende legali». E poi c’è la chimica, che si ritaglia il suo spazio (3,6%) grazie soprattutto alle industrie farmaceutiche.
L’ex studente fresco di laurea sa che il titolo appena guadagnato non basta. Il direttore del personale o il selezionatore guardano anche al tempo impiegato (fondamentale per il 43%) e, molto meno, al voto, che conta «molto» solo per il 24%. E poi c’è il resto del curriculum, che prevede, in una specie di podio degli indispensabili, il master (richiesto dal 20% delle aziende), un’esperienza lavorativa durante gli anni universitari (cruciale per il 21%) e, soprattutto, la conoscenza perfetta di una lingua straniera, prima fra le abilità da esibire per il 35%. Chi ne può sfoggiare anche una seconda è ben considerato dal 10% dei direttori del personale, quindi, nonostante l’Erasmus non sia in cima alle preferenze, a lungo andare l’anno all’estero e le vacanze studio durante il liceo sembrano dare i loro frutti. Insieme a qualche stage fra un esame e l’altro, perché i neolaureati italiani hanno sempre il solito difetto, la scarsa esperienza tecnica e pratica (se ne lamenta il 37% delle imprese) che, invece, gli stranieri sembrano colmare con più facilità, grazie a tirocini e lavori estivi. Troppo figli di papà, troppo coccolati? I neolaureati confermano forse il luogo comune, ma anche le aziende pagano il fio di un altro pregiudizio. Fra le qualità che i giovani devono mostrare c’è la capacità di lavorare in team (al primo posto per il 27%), seguita dalla flessibilità e dal cosiddetto problem solving (cioè risolvere problemi in tempi rapidi).
La creatività e la capacità di portare nuove idee contano molto meno, solo il 9%: «Un segnale triste - commenta Citterio - significa dire addio all’innovazione oggi e, nel futuro, farsi schiacciare da qualcuno molto più forte». Le aziende italiane aumentano gli stipendi (in media, per un primo contratto si parla di 22.400 euro l’anno contro i 21.600 del 2006, e di 28.900 euro dopo 36 mesi, contro i 27.500 dell’anno scorso), parlano di squadra come quelle statunitensi ma, dell’America, quella giovane che fa le rivoluzioni e fa carriera, hanno ancora paura.