L'avventura di Silvia che voleva portare il Giornale tra le stelle

I o non rinuncio alla mia domanda. Lassù nello spazio, assieme ai pionieri della nuova, e ultima, frontiera vorrei ancora andare. Dopo un medico, uno scienziato, un congressista e una sfortunata maestrina del New Hampshire, la Nasa voleva infrangere un altro tabù: a cercare le stelle, si sarebbe potuto imbarcare sulla navicella il primo giornalista. Lassù, con penna e taccuino o un computerino portatile, galleggiando da dietro gli oblò avrebbe raccontato ai suoi lettori di quella terra che si andava facendo più lontana, quasi un pianeta giocattolo. Cavalcando quella sfera di fuoco sarebbe diventato il novello Tocqueville dello spazio, raccontando gli spazi infiniti.

Come rinunciare? I 12 fogli della domanda non erano stati troppo cattivi: potevano prendere a bordo anche a me, con le mie lenti a contatto, a patto di superare un esame fisico al centro spaziale Johnson di Houston. In 17mila abbiamo sognato; in ottanta ci avrebbero centrifugati come acciughe da maggio ad agosto, durante 114 ore di training rigidissimo. Ma quei tre giorni verso l'infinito ci avrebbero ripagati di tutto. Solo 40 sarebbero stati prescelti per la selezione finale. Come sempre, gli americani non si sarebbero fermati davanti alla religione, al sesso. Uomini, donne, bianchi, gialli o negri; avrebbero scelto con criteri scientifici il loro primo scrittore stellare. Undici donne erano già salite tra le stelle; speravo di poter essere la prossima. E ancora lo spero. Ricordo le parole di Reagan: «Lo spazio è la sola frontiera che abbiamo; bisogna andare avanti». Ricordo anche le immagini di quella palla di fuoco che si è disintegrata lassù, e gli occhi vuoti dei genitori della maestrina. Rivedo le fotografie delle prime pagine, una nuvola di fumo e morte. Ma l'Università del South Carolina, il cui dipartimento di giornalismo aveva organizzato un anno fa l'odissea del Challenger, non demorde. Al telefono mi hanno detto che il programma intitolato «The Journalist in Space Project» è ancora una realtà. Bisogna andare avanti. Poi mi hanno chiesto, con gelida cortesia, se volevo ritirarmi dalla corsa. Ho pensato a John Glenn e quelli che come lui hanno aggredito l'ignoto. Non ho perso tempo: non rinuncio alla mia domanda, ho tagliato corto. Il Challenger è l'ultima carovana dei pionieri americani verso un West stellare. Deve averlo pensato anche Christa McAuliffe, prima di quel tragico minuto e 12'' di decollo. E io ancora lo credo.

Il Giornale, 30 gennaio 1986