Lecito uccidere i peccatori: pasdaran assolti

Condanne annullate a sei miliziani in Iran. Avevano assassinato 5 persone «corrotte». Per i giudici la loro vita non aveva valore

I corrotti si uccidono. E se non sono abbastanza corrotti poco importa. La buona fede di un privato e pio carnefice può bastare. Lo reclama la legge islamica e a far giurisprudenza ci pensa la Suprema Corte iraniana. Grazie ad una sua sentenza sei militanti basiji, sei ventenni volontari islamici, sono, da questa settimana, nuovamente liberi. Nuovamente innocenti. Tre tribunali in altrettanti gradi di giudizio li avevano condannati per assassinio. Quelle sentenze sono, per ora, cancellate. Per la Suprema Corte tutti gli uccisi erano peccatori, corrotti, viziosi. Anche le ultime due vittime. Anche i due giovani promessi sposi massacrati per aver passeggiato in pubblico prima del matrimonio. In base al codice penale islamico, spiega la Corte Suprema, il loro sangue può venir liberamente versato.
Capita nell’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. Capita a Kerman, ultima grande città prima delle frontiere pakistane e afghane. Lì, cinque anni fa, i sei giovani zeloti divorano il video di un ispirato predicatore. La legge dello Stato da sola non basta a fermare peccatori e corrotti, spiega il religioso, ma dove non arriva la legge può arrivare il buon credente, contribuendo ad eliminare dalla faccia della terra depravati e pervertiti. Quelle parole non si spengono nella dissolvenza di un video. Si propagano e si trasformano in approssimative sentenze di morte. Diciassette “peccatori” vengono ritrovati cadaveri. Cinque di quelle sommarie esecuzioni sono opera dei sei volontari islamici. La banda agisce con metodo. Individua le vittime, ne accerta la riprovevole condotta, emette la sentenza. Poi il peccatore viene rapito e portato fuori città per l’esecuzione. Qualcuno viene lapidato. Qualcuno affoga in un laghetto mentre i suoi carnefici gli siedono sul petto.
La polizia li arresta. I giudici dei tribunali locali li condannano per tre volte di fila. Ma gli avvocati dei sei basiji non si danno per vinti. Si appellano al codice penale islamico, ne rivendicano la piena validità. Ricordano che in base ai precetti religiosi anche l’accusa d’assassinio cade se il colpevole dimostra di aver agito per stroncare la corruzione morale. Gli esperti di diritto islamico, ricordano i legali, riconoscono ai sicari della fede anche il diritto di esagerare. Il diritto di uccidere per errore una persona non sufficientemente corrotta. In quel caso basterà pagare un equo risarcimento. Si chiama “denaro del sangue” e non è una somma teorica. È un vero e proprio risarcimento istituzionale, stabilito annualmente da un ufficiale religioso in base ad inflazione e interessi. Per il 2007 la cifra è stata fissata in 40mila dollari. Forti di questi rilievi gli avvocati difensori chiedono alla Corte Suprema di esaminare la sentenza di colpevolezza emersa nei tre precedenti gradi di giudizio.
Tre famiglie delle vittime non attendono neppure il verdetto, intascano “la ricompensa del sangue” offerta dai genitori dei carnefici e si accontentano. Le altre due sono decise a lottare, ma possono soltanto sperare nell’iniziativa dei tribunali di Kerman che emisero le precedenti sentenze di colpevolezza. Se una di quelle tre corti rifiuterà il verdetto e presenterà una nuova richiesta di riesame la Corte Suprema di Teheran dovrà riunirsi in seduta plenaria e sottoporre la sentenza a tutti i suoi cinquanta giudici.
Nel frattempo gli avvocati delle vittime e una larga parte dell’opinione pubblica iraniana protestano a gran voce. Per molti giornali la vera corruzione è quella sentenza capace di sovvertire la certezza della pena. «A Kerman i cittadini hanno perso la fiducia nella giustizia», ricorda Nemat Ahmadi, uno degli avvocati delle vittime.
Ma nel resto del Paese non va tanto diversamente. Nel 2005 un ufficiale delle forze di sicurezza sparò e uccise a sangue freddo un giovane colpevole, a suo giudizio, di aver dato scandalo in una stazione del metrò di Teheran. E nel 2004 a Neka, nel nord dell’Iran, un giudice condannò a morte una ragazzina di sedici anni e la fece immediatamente impiccare. Per quella sciagurata e per le sue colpe, disse, non erano necessari altri gradi di giudizio.