L'EDITORIALE Le banche la fanno sempre franca

Per incastrare Berlu­s­coni si sono inventati la corru­zione posdatata,
le intercetta­zioni non autorizzate, i proces­si senza vittime. Per dei
poveri cristi spennati dai potenti (caso Parmalat) i pm non hanno trovato neppure una
ro­gatoria 

Grande questa giustizia, forte con i deboli (e con i nemici) e debole con i forti (e gli amici, vero Fi­ni?). Ieri nel palazzo di giustizia di Milano sono successe due co­se. La prima: un linciaggio giu­diziario e mediatico, supporta­to addirittura dal capo dello Sta­to in persona, contro Roberto Lassini, vittima di malagiusti­zia politica, candidato alle co­munali di Milano nelle liste Pdl, autore del famoso manife­sto «Via le Br dalle procure». La seconda: l'assoluzione di sei banche (tutte estere) coinvolte nel crac della Parmalat, cioè una truffa ai danni di centinaia di migliaia di piccoli risparmia­tori rimasti in bolletta.

Il buon senso dice che qualche cosa non torna in questa sentenza. In ogni caso, perché i vertici di una banca, a naso, dovrebbero assumersi la responsabilità nei confronti di clienti ai quali han­no piazzato titoli spazzatura. Non sapevano dei furbetti di Parma? Difficile da credere, ma in ogni caso peggio per loro. Penso che neppure l'ammini­stratore delegato della Thyssen fosse a conoscenza dei dettagli dell'impianto di sicurezza, ep­pure per quel rogo che provocò sei morti si è beccato 16 anni di carcere per «dolo eventuale».

Mi sembra questo un indizio che la giustizia, così disinibita in tutti i campi, abbia il vizio di fermarsi sulla porta delle gran­di banche, esattamente come la stampa (che in Italia è con­trollata dalle banche, alla fac­cia del conflitto di interessi) e spesso i governi di ogni colore. E viene pure il dubbio che se la Procura di Milano avesse usa­to contro gli istituti di credito la stessa determinazione e gli stes­si mezzi usati per spiare le notti di Arcore, probabilmente oggi i risparmiatori avrebbero otte­nuto giustizia e risarcimenti. Viene il dubbio che se Napolita­no avesse speso per tutelare i truffati Parmalat la stessa auto­revolezza e lanciato gli stessi moniti scagliati contro il pove­ro e indifeso Lassini, le cose sa­rebbero andate diversamente. Ma si sa, oggi merita attenzio­ne, impegno e protezioni sol­tanto chi è contro Berlusconi. Gli altri che si arrangino, non ci sono uomini e tempo per tutto, come ci spiegano ogni sera le to­ghe che imperversano nei di­battiti televisivi. Ieri Fini, che da tempo non ne azzecca una, dopo aver in­contrato i suoi amici dell'Asso­ciazione magistrati (forse per questo non ha avuto tempo di presenziare alla prima udienza civile del processo sulla casa di Montecarlo) ha sentenziato: le toghe sono il pilastro della lega­lità.

Un vero genio, vallo a dire ai 40mila cittadini che si erano costituiti parte civile nel proces­so Parmalat fiduciosi di riavere indietro almeno parte del mal­tolto. Per queste persone va fat­ta, subito, la riforma della giusti­zia, che piaccia o no al Quirina­­le, a Bersani, al presidente della Camera. Il problema di questo Paese non sono Ruby e Rober­to Lassini. Per incastrare Berlu­s­coni si sono inventati la corru­zione posdatata, le intercetta­zioni non autorizzate, i proces­si senza vittime. Per dei poveri cristi spennati dai potenti non hanno trovato neppure una ro­gatoria un po' sospetta. Altro che manifesto, questa sì, egre­gio presidente Napolitano, è un’«intollerabile offesa, una ignobile provocazione».