Ma l'egemonia culturale è di Eco o della D'Addario?

Abecedario per intellettuali inutili che patiscono l’ege­monia di Umberto Eco e di Pa­trizia D’Addario. L’altro gior­no gli intellettuali organici, di­sorganici e inorganici hanno avuto una duplice lezione dai due suddetti personaggi. Pri­ma lezione. Alla Versiliana, do­ve si presentano libri e autori, era previsto l’incontro di un in­­tellettuale sul suo libro Amor fati . Il giorno prima è stato di­sdetto all’intellettuale l’incon­tro perché aveva dato improv­visa disponibilità, dietro paga­mento di cachet, Patrizia D’Ad­dario per presentare il suo te­sto erotico-politico. Ubi major ... Escort batte Intellet­tuale uno a zero.

Seconda lezio­ne. Il professor Umberto Eco scrive per la rinata Alfabeta un «alfabeto per intellettuali di­sorganici » in cui toglie a chi non è di sinistra pure il magro piacere di dirsi disorganico, scorretto e non allineato. E lo avoca a sé e ai suoi.

Buffone, dirà subito qualcu­no, associ Eco alla D’Adda­rio. No, allievo di Eco, semmai, che nel suo alfabeto paragona Bondi a Goebbels, offendendo ambedue e la verità. Eco insi­nua pure che Verdini sia un in­­tellettuale, col chiaro intento di diffamarlo. Ma dopo aver let­to il testo di Eco e dopo il sor­passo della escort che ha man­d­ato fuori strada un intellettua­le, ho avuto conferma dell’as­soluta inutilità dell’intellettua­le. Ministro Tremonti, ci tagli per favore.

Che dice Eco nel suo va­demecum per gl’intellettua­li? Dice che le invettive contro gli intellettuali vengono sem­pre da destra e mai da sinistra. Confermo. Superando la nau­s­ea di usare ancora queste cate­gorie del millennio scorso, os­servo: sì, a destra c’è il gusto dell’invettiva, a volte anche del teppismo intellettuale, lo ri­conosco. Ma a destra si critica, si attacca, si stronca perfino, un libro o un intellettuale orga­nico o potente. A sinistra inve­ce si censura, si ignora, si con­danna a morte civile. O, se è un traditore, lo si caccia e lo si sconfessa, destinandolo alla damnatio memoriae ; da Vitto­rini a Pansa, passando per una marea di casi. Quelli di destra avranno mille difetti, ma leggo­no e criticano gli intellettuali di sinistra. L’inverso non acca­de: la sinistra, intellettuale e politica, ignora e cancella i non conformi o quelli che giu­dica perdutamente «di de­stra ».

Dante era di destra, dice Eco, e sentitamente lo rin­grazio anche se mi ribello in cuor mio all’idea di ridurre un Grande a una parte. Ma non ca­pisco perché liquidare chi ama Pound facendone la caricatu­ra nella figura dello skinhead . O ritenere dissennato Evola che ha scritto opere possenti e fu apprezzato da giganti come Benn e Jünger, Croce, Eliade e Guénon; criticatelo finché vo­lete, non ne mancano i motivi, ma non era un demente.

Eco compie poi un terribile autogol. Scrive che «il vero intellettuale è colui che sa criti­care quelli della propria parte, perché per criticare il nemico bastano gli uomini dell’ufficio stampa». Be’, ho letto svariati attacchi e battute di Eco contro Berlusconi e la destra, ma non ricordo una sola sua critica «al­la propria parte». E la stessa co­sa vale per quasi tutti gli emi­nenti intellettuali della sua «parte». Allora domando: Eco si è dimesso da intellettuale ed è stato assunto come ufficio stampa del Partito?

Fa un grande passo avanti Eco quando riconosce che gli intellettuali esistono anche a destra e svolgono da reazio­nari e da conservatori una fun­zione critica. Non fa nomi, Eco, fedele al negazionismo di cui sopra; si limita a citare Galli della Loggia che né lui né quel­li di destra definirebbero di de­stra. Ma è già un bel passo avan­ti ri­conoscere perlomeno l’esi­stenza dell’Intellettuale Igno­to, reazionario e conservatore, riconoscerne lo spessore e la di­gnità, e ammettere pure che c’è un’insofferenza del potere nei suoi confronti.

Grillo Parlante è la definizio­ne di Intellettuale che più piace a Eco. Ridurre l’intellet­tuale al ruolo di ficcanaso mo­­lesto, come vuole Eco, signifi­ca farne una specie di difenso­re civico o di petulante beppe­grillo. Penso ai grandi intellet­tuali del passato e non mi sen­to di ridurre il loro ruolo a inset­ti pinocchieschi come il grillo parlante. No, l’intellettuale ve­ro è animato da passione di ve­rità, è un’intelligenza attiva, scava, indaga, studia, appas­siona e si appassiona, e a volte anche denuncia. Ma non si esaurisce allo sportello in dife­sa del consumatore.

Ho comunque una ragione­vole antipatia per la defini­zione di intellettuale.

Intellettuale può essere solo una generica definizione di base, ma poi ci vuole altro per capire veramente il suo ruolo. Un intellettuale va definito per quel che fa: scrittore, scienzia­to, insegnante, filosofo, ricer­catore, e via dicendo. Intellet­tuale è una basic definition che dice poco e nulla. Abolia­mola. L’Intellettuale disorga­nico per decenni è stata una fi­gura di destra, in polemica ri­spetto all’egemonia culturale degli intellettuali organici, alli­neati al Partito, Intellettuale Collettivo secondo la definizio­ne di Gramsci. L’intellettuale disorganico ama la solitudine, anche se può essere in sinto­nia profonda con una comuni­tà e una tradizione. Non pren­de ordini, non segue le tenden­ze, semmai le precede; non fa partito, conventicola o clan, non tresca e non si allinea.Tra­montato l’intellettuale organi­co, sono rimaste le mafie cultu­rali, le cricche intellettuali più o meno legate a poteri politici, mediatici e d’altro tipo. Profes­sor Eco, non può togliere alla già povera e sperduta destra pensante la sua aura disorgani­ca. Si tenga i suoi partiti intel­lettuali, i suoi intellettuali col­lettivi e i suoi giornali-partito e ci lasci il piacere della solitudi­ne.

La cultura di destra è ormai una diceria dei suoi avversa­ri per avere una figura retorica contro cui inveire, uno spaven­tapasseri per tenere lontani gli uccelli. O serve agli equilibri­sti, lo scrivevo giorni fa, come fantoccio di cartapesta da bru­ciare per attaccare la sinistra culturale senza sbilanciarsi a destra. La cultura di destra co­me sigla nacque e morì tren­tenne, alla fine del millennio scorso: la sua orbita fu tra il ’68 e la fine degli anni Novanta. Prima non se ne parlava. Alcu­ni suoi autori morirono con lei, altri le sopravvivono; alcu­ni grandeggiano addirittura, li­berati da quella cappa, figlia di un’era ideologica.

Ma devo chiudere brusca­mente a metà l’abeceda­rio perché ho avuto un vero in­cidente, di forte valore simboli­co. Dopo la presentazione di Amor fati , a Santa Severa, sta­vo passando per una porta di vetro ad apertura automatica; improvvisamente si è chiusa al mio passaggio, spaccando­mi la fronte. Insanguinato, ho avuto in quel momento la pre­cisa e violenta percezione del­l’inesistenza dell’intellettua­le, di cui non avvertono la pre­senza nemmeno le fotocellu­le. Un tempo ti aggredivano gli autonomi, oggi che domina la tecnica la violenza è automati­ca. L’effetto D’Addario, più di Eco, ha colpito nel segno, spac­cando non il fronte degli intel­lettuali ma la fronte di uno di essi. La prossima vita farò il cal­zolaio, così farò davvero l’«in­tellettuale dei miei stivali» co­me Craxi chiamò Galli della Loggia.