La legge dei soldi

(...) nazionali molto diverse. E con differenti gradi di fantasia: mentre in Italia continuiamo da quindici anni a discettare sui meriti e demeriti comparati dei modelli tedesco, francese e, teoricamente, britannico, in America c’è chi va oltre e guarda al sodo. Senza neppure fingere, a volte, di essere disinteressato. Negli Stati Uniti si è già cominciato ad eleggere un presidente che entrerà in funzione nel gennaio del 2009. Di regola il count down funziona così: in novembre si elegge l’inquilino della Casa Bianca, fra luglio e agosto i partiti nominano i candidati, fra febbraio e giugno le primarie esprimono le preferenze dei cittadini su chi debba essere candidato. Si comincia dagli Stati piccoli di modo che gli aspiranti possano farsi conoscere quando arriva il turno di quelli grandi, che decidono. Questa volta succede invece che i «grandi» vogliono decidere più in fretta e quindi anticipano la data delle loro primarie. Giganti come la California, New York e Florida chiameranno i cittadini alle urne tra gennaio e febbraio. Se i «microstati» come Iowa e New Hampshire vogliono continuare a essere primi, debbono attraversare il Capodanno e votare in dicembre, magari in novembre. Motivo? Conseguenza: sono ancora più avvantaggiati i candidati che raccolgono più soldi e più presto. Il sostegno finanziario a Rudy Giuliani o a Hillary Clinton diventa un investimento massiccio a breve. Così massiccio che saltano i contributi statali, che conoscono limiti e proporzioni. In pratica potremmo sapere entro il 2007 fra chi scegliere per la poltrona nella Sala Ovale a disposizione nel gennaio 2009.
Non ci sarà da meravigliarsi se in conseguenza l’affluenza alle urne, che è già la più bassa fra i Paesi di vecchia democrazia, calerà ulteriormente. E crescerà, di conseguenza, il potere dei finanziatori privati della campagna elettorale, cioè delle lobby, cui i candidati debbono sempre di più (e sempre di più dovranno restituire) e diminuisce quello del corpo elettorale, già indebolito dal massiccio astensionismo.
È una malattia del sistema, dicono tutti, anche coloro che ne fruiscono, ma soprattutto coloro che cercano di ripulirlo dall’interno: primo fra tutti il senatore repubblicano John McCaine, che sta per chiudere la sua campagna elettorale per mancanza di fondi. Ma fuori dal Palazzo c’è chi propone rimedi meno convenzionali. Il più onirico è quello di due professori, Ian Ayres di Yale e Jeremy Bulow di Stanford, che vorrebbero instaurare qualcosa come la «ruota» che un tempo, ma qualche volta ancora oggi, nelle mura dei conventi serviva per deporre i figli illegittimi affidandoli alle monache di clausura. Ignota la madre, ignoto il bambino. Ignoto, in questo caso, il donatore. Sarebbe equo e onesto, dicono i due professori: nel senso che nessuno donerebbe più un dollaro. Più rivoluzionaria ma anche più pratica la riforma pensata da Dirk Olin, direttore dell’Istituto per gli Studi Giuridici: abolire invece il voto segreto. Il cittadino pigia la leva prescelta nel computer elettorale e «firma». L’eletto sa esattamente quanto e a chi deve. La sua «gratitudine» andrebbe così ai singoli e non alle lobby. Il voto, in pratica, sarebbe in vendita, la gente avrebbe un incentivo a votare, un immediato collegamento con le istituzioni. A qualcuno l’idea non dispiace: a sinistra perché ci sarebbe una maggiore affluenza dei meno abbienti e quindi una «ridistribuzione della ricchezza», a destra perché sarebbe una forma più libera e più aperta del «mercato delle idee». Quanto al voto segreto a noi sembra l’asse portante della democrazia, ma è solo un’abitudine piuttosto recente. Perfino in Inghilterra, culla delle libertà parlamentari, nascondere la propria scelta era considerato un comportamento da codardi. Per avere la scheda che noi conosciamo il mondo dovette aspettare il consolidamento della democrazia in Australia.
Alberto Pasolini Zanelli