La legge nasconde la debolezza di Prodi

L’interrogativo è: quali nuovi equilibri politici si preparano? Ci saranno di certo, l’incognita è come e quando saranno. Va da sé - abbiamo già cercato di dirlo la settimana scorsa - che non è cosa per l’immediato, anche se fermenti ce ne sono. Ci vorrà tempo e forse qualche strappo ora inimmaginabile. Di sicuro c’è che tutto ciò che oggi c’è è in disfacimento, è vecchio e non ha più legami solidi con il Paese.
La politica italiana sta vivendo una crisi come mai c’è stata. Neppure l’antipolitica, che consensi in questi ultimi due o tre lustri ne ha avuti fin troppi, ha più molto spazio di manovra. Urge, questo lo avvertono in molti, qualcosa di profondamente nuovo. Per provare a capirci qualcosa, cerchiamo ancora di ragionarci.
Un ritorno al passato è senza dubbio l’ultimo parto politico di Prodi, cioè la legge sul conflitto d’interessi fatta su misura per Berlusconi. Perché il premier l’ha fatto? Il motivo più evidente è che il Cavaliere sta recuperando molti favori, tali e tante sono le castronerie del centrosinistra e dunque preoccupa. Insomma, va fermato ad ogni costo.
Ma come pensa Prodi di far passare una legge ad personam che di liberale non ha nulla, soprattutto in Senato, dove la maggioranza è risicatissima e in un caso simile rischia di non esserci per l’insorgere di scrupoli di coscienza nello stesso centrosinistra?
Prodi, pur scopertamente animato da gran voglia di rappresaglia, non è né sconsiderato né temerario. Ben consapevole che la sua legge difficilmente passerà, egli si pone, in subordine, obiettivi per lui comunque importanti: ridare a Berlusconi l’immagine di nemico pericoloso, provocarne magari reazioni che allarmino tutto il centrosinistra, sicché a lui, Prodi, venga assegnato il ruolo di difensore della politica in atto, garantendo così la durata del neogoverno. È una forma di difesa, non proprio legittima ma che può giovare al premier in questo momento di indubbia debolezza. Gli procurerà la solidarietà della sinistra radicale, che ormai del resto fa affidamento solo su di lui. Egli lo sa e vi punta, e non da oggi. La sinistra estrema, elemento determinante dell’attuale maggioranza, è ben consapevole che Prodi ha bisogno del suo appoggio, non meno in verità di quanto essa stessa ha bisogno di riconoscimenti e concessioni, che il premier puntualmente non fa mancare: dalla politica estera alla politica economica e sociale, Prodi ha finito sempre per cedere alle pressioni.
Che ci sia bisogno di nuovi equilibri politici è scontato per gli osservatori più accorti. Non sfugge neppure a politici di una certa sinistra, quella di Fassino e D’Alema, per esempio, e persino ad un politico travagliato come Angius. Di questa ricerca fa parte il costituendo Partito democratico cui Angius contrappone l’unità di riformisti e socialisti. In un modo o nell’altro sono tutti alla ricerca di nuova immagine e nuove strategie. È mancato finora il coraggio di far prevalere fino in fondo le intenzioni espresse all’ultimo congresso dei Ds a Firenze. Ci sono insieme la preoccupazione di non allargare i dissensi e il timore di esserne travolti. Da qui una ambiguità programmata, che però li sta cacciando tutti in un girone da cui non sarà facile uscire.
Quanto può durare questa pantomima? Quale futuro possono avere una coalizione e un governo la cui sorte è legata al destino di una sinistra disarticolata e incerta dal tempo del Muro e ora irrimediabilmente spaccata? E quale garanzia offre Prodi, che sta mettendo in atto a quanto pare, una politica di gruppo che chiaramente tende a svirilizzare sia quella di Fassino che quella di Rutelli nel Partito democratico? È abbastanza evidente che il nuovo partito egli lo vede come strumento del proprio potere. Si prepara intanto un’altra costituente, quella della sinistra radicale di Bertinotti, Giordano, Diliberto, Mussi, Salvi, Occhetto, Cossutta, dove la parte di ragionatore cerca di farla il sardo Angius, che vorrebbe tutt’altro che una sinistra massimalista e montagnarda. Quando in questo settore le prospettive saranno più distinguibili, ce ne occuperemo. Per finire, uno sguardo al centrodestra, che meriterà prossimamente una trattazione attenta. Ci sono piccoli giochi in corso nella Casa delle libertà, la cui unità si va perdendo nella nebbia e nella confusione. Il Cavaliere sembra esserne cosciente, meno parte di coloro che lo circondano. Di certo si avverte l’esigenza di una classe dirigente organica, coordinata in modo rigorosamente funzionale, che finora non è stata né assimilata né responsabilizzata, senza la quale sarà difficile attuare una strategia lungimirante ed efficace. Vediamo che succede in Francia, poi ne parleremo.