La legge non c’è. Droga libera in Vaticano

Un impiegato trovato con quasi un etto di cocaina

La legislazione vaticana non conosce il reato di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti ma il Tribunale della Santa Sede nei mesi scorsi si è trovato di fronte a un caso del genere e ora i giudici chiedono l’emanazione di una «legge speciale» per intervenire anche di fronte a simili casi. Cambiano i tempi, anche dentro le sacre mura d’Oltretevere, come si evince dalla relazione del promotore di giustizia vaticano Nicola Picardi (omologo al procuratore generale nell’ordinamento italiano) tenuta in occasione dell’apertura del nuovo anno giudiziario. Il giudice ha chiesto alle autorità della Santa Sede di rimediare a questa «grave lacuna» dell’ordinamento legislativo, invitandole a «emanare quanto meno una legge speciale in materia». Picardi, ha citato l’esempio di un caso di detenzione e spaccio di droga avvenuto in Vaticano l’anno scorso: un dipendente del Governatorato è stato trovato in possesso di 87 grammi di cocaina. È stato sospeso e quindi licenziato già prima del processo che l’ha condannato. Picardi ha spiegato che, non essendo contemplata la fattispecie della detenzione dello spaccio nel codice penale Zanardelli del 1884, tuttora vigente in Vaticano, si è rinviato a giudizio l’indagato applicando l’articolo 23 della «Legge sulle fonti del diritto» (del giugno 1929) che prevede «la pena dell’ammenda fino a lire 9.000 e dell’arresto fino a sei mesi».
La sentenza del Tribunale della Santa Sede, il 6 ottobre scorso, ha ritenuto applicabile l’articolo, giudicandolo non discrezionale né arbitrario ma legato «a parametri oggettivi quali i principi della religione, i principi della morale, l’ordine pubblico, la sicurezza delle persone e delle cose». Così facendo si è evitato che «una carenza legislativa potesse trasformare lo Stato della Città del Vaticano in una zona franca per detentori e spacciatori di droghe». Ma è evidente che, pur nell’eccezionalità del caso, non è detto che quanto avvenuto, visti i tempi, non si ripeta. Così il promotore di giustizia ha concluso: «Questo ufficio di permette di segnalare al potere legislativo che l’articolo 23 citato si limita a prevedere una semplice contravvenzione punibile con la pena massima dell’arresto fino a sei mesi. Trattasi di sanzione del tutto inadeguata alla gravità del reato e non in linea con la legislazione degli altri Stati. Occorre quindi provvedere a emanare quanto meno una legge speciale in materia». Il Papa e i suoi più stretti collaboratori sono avvisati: meglio prevedere una legge speciale perché neanche il fazzoletto di terra dove regna il Pontefice è ormai immune dal rischio droga.
Dalla relazione di Picardi si è poi appreso che il Vaticano si è dotato recentemente di una normativa sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. La nuova legge istituisce il nuovo «Servizio per la sicurezza e la salute dei lavoratori nei luoghi di lavoro» ma «si discosta dalla normativa italiana (la 626) che è stata ritenuta appesantita da troppi meccanismi “burocratici” e da eccessive previsioni sanzionatorie».
Il promotore di giustizia ha poi spiegato che i vertici della Gendarmeria vaticana «hanno partecipato al primo incontro dei capi delle strutture di polizia dei 56 Paesi aderenti all’Osce» e dunque «si profila ormai l’adesione della nostra Gendarmeria nell’Interpol».