La leggenda di Saulo, il santo che stregò Merisi

Il capolavoro restaurato del Caravaggio esposto a Palazzo Marino nella Sala Alessi fino al 14 dicembre. L'ingresso per ammirare il capolavoro è libero<br />

Avolte è sufficiente un solo capolavoro per dare vita a una mostra d’eccezione. È il caso della «Conversione di Saulo», la straordinaria opera di Caravaggio che, a quasi 60 anni dalla memorabile esposizione longhiana di Palazzo Reale che ne sanzionò la paternità, torna ora nella nostra città, esposta nella Sala Alessi di Palazzo Marino (fino al 14 dicembre).

Sponsorizzata dall’Eni («abbiamo speso solo qualche centinaio di migliaia di euro», ha minimizzato l’amministratore delegato Paolo Scaroni); restaurata da Valeria Merlini e Daniela Storti grazie al contributo della principessa Nicoletta Odescalchi, proprietaria del dipinto il cui valore è inestimabile (60 milioni di euro è la cifra per cui è stato assicurato); fortemente voluta dal sindaco di Milano Letizia Moratti nel segno di uno spirito lombardo che unisce il passato al presente, l’esposizione anticipa le celebrazioni caravaggesche del 2010 nel quarto centenario della morte a nemmeno quarant’anni (Porto Sant’Ercole, 1610).

«La conversione di Saulo» racchiude anche una storia che vale la pena raccontare. Commissionata nel 1600 dal cardinale Tiberio Cerasi per la sua Cappella in S. Maria del Popolo a Roma e pronta per l’anno dopo, l’opera di Caravaggio, unico esempio rilevante di pittura su tavola, non venne mai esposta causa l’improvvisa morte del cardinale stesso. Un secolo dopo, divenuto proprietà della famiglia genovese dei Balbi, che l’avevano acquistata da un nobile spagnolo, il quadro tornò in Italia per divenire poi patrimonio dei comasco-capitolini Odescalchi che tuttora la custodiscono.

Al complicato destino che si accompagna alla proprietà, si somma quello che ruota intorno alla figura storica e intellettuale di Saulo, poi San Paolo, fulcro del dipinto. Nella storia dell’iconografia Saulo di Tarso ha infatti un curioso destino. Figura centrale nell’espansione della cristianità, ebreo, greco e cittadino romano, nel momento in cui il Medioevo si accinge a celebrare in forma pittorica il magistero della Chiesa, per lui quasi non c’è spazio. Prevale il misterioso e l’inspiegabile, l’escatologico di matrice giovannea. Prevale il latino contro il greco poi il Sacro Romano Impero e Saulo è figura troppo filosofica, troppo ebraico-ellenistica perché possa trovare il suo spazio.

Bisognerà aspettare il Rinascimento, perché il greco torni a essere la lingua dei colti: Nicola Cusano rivisita il platonismo in chiave cristiana, Costantinopoli e il Concilio di Firenze pacificano Occidente e Oriente. È allora che Paolo torna a essere punto centrale dell’elaborazione intellettuale: Raffaello lo raffigura nei cartoni d’arazzo della Cappella Sistina e Caravaggio, appunto, ne fa uno dei pendant del dittico che lo contrappone alla crocefissione di Pietro. Così facendo il milanese Michelangelo Merisi, figlio di un architetto (è dello scorso anno la scoperta del suo atto di battesimo, 29 settembre 1571, nella chiesa di Santo Stefano), dimostra di saper sviluppare un’arte religiosa dal contenuto umano volta verso il popolo che trovò riscontro nella controriforma (Loyola, San Carlo Borromeo), sensibilità che riconduce alla giuste proporzioni la «leggenda nera» dell’artista maledetto e assassino, capace di una pittura erotica, e destinato a morire di morte violenta. Ironia della sorte «La morte della Vergine» del Louvre fu dipinta per Santa Maria alla Scala, poi sede del Tempio della Lirica, proprio di fronte a dove ora il suo «Saulo» è esposto.
(Ingresso libero: orari 9,30-19,30, catalogo Skirà. Chiuso 6/7/8 dicembre).