Leggere Friedman ai tempi della crisiMartino: "Serve un quadro giuridico"

Martino boccia gli economisti che vogliono resuscitare Keynes: "Un’illusione". E lancia un monito: "Lo Stato si limiti a fornire un quadro giuridico entro cui i mercati possono funzionare"

Per gentile concessione della casa editrice Punto Effe pubblichiamo l'intervista all'onorevole Antonio Martino, economista liberista ed ex ministro della Difesa e degli Esteri, tratta dal libro Keynes e Friedman - Invito alla lettura di Andrea Indini e Giuseppe Tandoi. Il volume è stato realizzato con la collaborazione di Takeda Italia Farmaceutici.

Onorevole Antonio Martino, lei ha avuto la fortuna di conoscere Friedman di persona. Ci può regalare un aneddoto che le è caro?
"Ho conosciuto Friedman nel novembre del 1966. Vinta la borsa di studio, avevo scelto di andare a Chicago proprio per lui. Tuttavia, venendo dall’Italia avevo una sorta di timore reverenziale nei confronti di questo grande professore tanto che aspettai due mesi prima di andarlo a conoscere di persona. Quando finalmente mi presentai dalla sua segretaria e le chiesi di poter parlare con il professore, questa mi indicò la porta del suo ufficio. Così bussai ed entrai: vidi quest’uomo che faceva dimenticare la sua bassa statura fisica non appena iniziava a parlare. Era geniale. E, quando alla fine dello colloquio mi scusai per averlo disturbato, lui mi disse: ‘Sono pagato proprio per questo’."

Poi?
"Sono rimasto suo amico da allora. Fino alla sua morte. Ci sentivamo spesso, ero solito telefonargli ogni qualvolta che avevo una decisione difficile da prendere e avevo bisogno di un suo consiglio. Mi è sempre stato vicino, mi è sempre stato amico."

Anche nel suo libro Milton Friedman – Una biografia intellettuale traspare questo legame che è sia intellettuale sia personale…
"Nel 2002, quando andammo alla Casa Bianca per festeggiare i suoi novant’anni, vi erano Bush, il grande Gary Becker e tante persone importanti. Tutti lì per rendergli omaggio. Quando tocco il suo turno di parlare, Friedman salutò le massime autorità presenti in sala, poi disse: ‘Voglio salutare due ministri della Difesa. Voi credete che si sia solo Donald Rumsfeld. E, invece, no: c’è anche il ministro della Difesa italiano, il mio amico Antonio Martino’."

Era spiritoso?
"Spiritosissimo. Quando nel 2006 gli telefonai per fargli gli auguri di compleanno era da poco caduto il governo Berlusconi. Era il 31 luglio. Appena Friedman sentì la mia voce disse: ‘Antonio, you’re out of business!’"

Uno dei maggiori pregi delle teorie di Friedman è stato quello di aver minato alla base quella che era stata per decenni la giustificazione per la crescita incontrollata della spesa pubblica. Come ha fatto?
"Friedman ha combattuto questa battaglia, intellettuale e politica, sul piano rigorosamente scientifico. Per prima cosa ha mostrato che la tesi del risparmio secolare – nata con Keynes, ma portata avanti dai keynesiani più avventurosi – era sbagliata. Secondo questa tesi, siccome al crescere del reddito aumenta la percentuale di reddito risparmiata, inevitabilmente tutte le economie di mercato sono condannate ad arrivare a una situazione di sovrapproduzione. Solo la spesa pubblica, secondo Keynes, può mobilitare le risorse inutilizzate e riportare alla piena occupazione. Friedman dimostra che questa teoria non sta in piedi."

Come fa?
"Friedman dimostra che la percentuale di reddito risparmiata resta sempre costante dal momento che la tesi del risparmio secolare si basa su un’illusione ottica. E’ inevitabile che vi siano persone che spendono di più di quanto incassano e persone che, invece, spendono meno. Se un contadino ha un’annata straordinariamente abbondante non si dà alla pazza gioia e spende tutto; spenderà una parte del guadagnato e accantonerà il resto. Nell’annata magra, invece, il contadino attingerà ai risparmi accumulati negli anni precedenti finendo per spendere più di quanto guadagnato nell’anno in corso. Friedman distingue, quindi, il reddito permanente da quello temporaneo e il consumo permanente da quello temporaneo: se si guarda nel lungo periodo la percentuale di reddito risparmiato è costante, se invece si guarda alla fotografia di un istante si arriva alla conclusione che questa percentuale aumenta."

E la spesa pubblica?
"E’ il secondo pilastro che Friedman fa cadere. Non è, infatti, vero che la spesa pubblica rimette in modo risorse inutilizzate perché, in qualche modo, questa deve essere finanziata. E i soldi spesi dallo Stato vengono dalle tasche di privati. Se, dunque, lo Stato prenderà questi soldi con le tasse i privati avranno meno reddito disponibile; se, invece, li ha presi indebitandosi, coloro che acquistano i titoli di Stato avranno meno soldi da spendere. In entrambi i casi la spesa pubblica spiazza quella privata."

Nonostante questo insegnamento molti governi non ci vogliono proprio sentire.
"Il successo di questa lettura semplicistica del pensiero di Keynes ha teorizzato la desiderabilità della crescita illimitata della spesa pubblica e della presenza dello Stato in economia. E’ stata una giustificazione data ai politici per fare i loro comodi."

Quale ruolo assume la moneta in Friedman? 
"Per comprendere la sua teoria monetaria bisogna partire dagli studi di storia monetaria. Secondo la vulgata keynesiana, la Grande depressione è stata la prova che la politica monetaria è impotente. In sintesi: si era fatta una politica monetaria espansiva ma, malgrado ciò, c’era la recessione. Friedman non ci sta e va a vedere cos’era successo: nella monumentale storia monetaria scritta a quattro mani con Anna Schwartz dimostra che dopo il crollo di Wall Street del ’29 la Federal Reserve, invece di perseguire il suo scopo istituzionale (cioè impedire che episodi di panico determinassero il fallimento delle banche), lasciò fallire nel giro di quattro anni un terzo di tutte le banche degli Stati Uniti d’America con il risultato che la quantità di moneta in circolazione crollò generando la depressione. Quindi la moneta ha importanza."

Passiamo di crisi in crisi. Negli ultimi mesi c’è chi accusa le politiche monetarie dell’ex numero uno della Fed, Alan Greenspan. Perché?
"La più autorevole critica di Greenspan è stata proprio la Schwartz. Per evitare un rallentamento dell’attività economica, l’ex capo della Fed tenne artificialmente bassi i tassi d’interesse per tre anni. Questo comportò un’enorme espansione monetaria e non determinò un aumento dei prezzi dei beni di consumo che venivano importati a prezzi più bassi di quelli americani. Questa espansione monetaria si convertì nell’acquisto di case e azioni. Da qui la bolla immobiliare e la bolla azionaria. Quando, poi, inevitabilmente i tassi d’interesse cominciarono ad aumentare e i prezzi delle case a diminuire, cadde un complesso castello di carte."

Perché, quindi, molti economisti stanno cercando di resuscitare Keynes?
"Non ha mai considerato che l’anno in cui muore Karl Marx è anche l’anno in cui nascono Mussolini e Keynes? Anche Mussolini stanno cercando di resuscitare… Non è altro che l’illusione per cui la spesa pubblica si aggiunga alla spesa privata per ovviare a una situazione di crisi."

Qual è, dunque, l’antidoto per fare andare d’accordo Stato e privato?
"Basta che lo Stato faccia lo Stato limitandosi a fornire un quadro giuridico all’interno del quale i mercati possono funzionare. Insomma, un quadro giuridico di certezza dei diritti: solo laddove i diritti dei proprietari di contratto sono rigorosamente tutelati e protetti si può produrre e investire. Se la proprietà privata non è difesa, se le obbligazioni non sono onorate, se i contratti non sono rispettati il mercato non può funzionare."

Se oggi Friedman fosse qui cosa direbbe?
"Onestamente non lo so. Ma sono certo che sarebbe sicuramente qualcosa a cui nessuno ha pensato."

A fronte della situazione attuale risulta molto interessante il welfare state alternativo proposta da Friedman. Fino a che punto è, secondo lei, attuabile?
"Uno studio che ho portato avanti alcuni anni fa mi ha convinto che non è praticabile. L’imposta negativa sul reddito finirebbe, infatti, col creare – a lungo andare – una classe di persone dipendenti dalla sovvenzione pubblica. Avremmo, comunque, dei vantaggi enormi perché, pur risparmiando i costi burocratici dell’assistenzialismo di stato, si creerebbe dipendenza."

Friedman fu padre del buono scuola. Lei estenderebbe lo stesso principio anche ad altri campi sociali?
"Certamente. Alla sanità prima di tutto. Ma anche alla casa."

In che modo?
"Se c’è un problema di affitti che sono considerati troppo alti dai giovani sposi, invece di bloccare i prezzi (provvedimento che distrugge completamente il mercato) sarebbe meglio dare a questi un buono che riesca a coprire la differenza tra l’affitto che possono pagare e la somma richiesta dall’affittuario. Il principio è semplice: l’assistenzialismo indiretto, come lo è quello italiano, fa sì che i fondi stanziati non arrivino mai a chi ne ha realmente bisogno. Per capirlo basta pensare al fatto che l’80 per cento del bilancio delle regioni è spesa sanitaria. Con il buono sanità si potrebbe offrire un’assicurazione omni-comprensiva a chi non se la può permettere e avere un’assistenza che, per esempio, in Italia non c’è."

Da dove nasce questa battaglia di Friedman per responsabilizzare ogni singola persona?
"Friedman si è sempre definito liberale, non ha mai accettato di essere apostrofato come conservatore. La libertà non è l’altra faccia della medaglia della responsabilità. Sono la stessa cosa: chi non è libero non può essere considerato responsabile e chi non è responsabile non è libero. La battaglia per la responsabilità è una battaglia per la libertà."