L'Egitto è nel caos, 12 morti e più di 200 feriti Complimenti a chi ha voluto cacciare Mubarak...

Assaltate e incendiate da integralisti islamici due chiese copte al Cairo: dodici le vittime. Sono già stati dimenticati i buoni pricincipi sbandierati nei giorni della rivoluzione in piazza Tahrir. A meno di tre mesi la rivolta si profila come un avventato e rovinoso salto nel buio

Sognavate un Egitto riformatore e tollerante? Volevate un Egitto modellato sui buoni propositi e sugli ispirati sentimenti espressi dai rivoluzionari di Facebook e Twitter? Eccovi accontentati. Eccolo qua l’Egitto fresco di Rivoluzione. L’Egitto del dopo Mubarak dove i fondamentalisti islamici sono padroni della piazza, assaltano i quartieri copti del Cairo, bruciano due chiese cristiane in una notte e danno vita a scontri e scorrerie armate costate tra sabato e domenica 12 morti e oltre 200 feriti. Ma se queste vi sembran bagatelle consolatevi. Il peggio probabilmente deve ancora venire. Il peggio arde sotto la brace di una nuova politica estera ispirata e dettata da Nabil El Arabi, un ministro degli esteri fieramente anti israeliano che punta al riavvicinamento con l’Iran, alla legittimazione di Hamas e a nuovi rapporti con lo Stato ebraico. Un programma politico pericolosamente in linea, insomma, con le aspirazioni di quanti in Egitto sognano la cancellazione del trattato di pace con Israele firmato dal presidente Anwar Sadat.

A meno di tre mesi dall’addio al Faraone l’avventata rivoluzione egiziana si profila insomma come un avventato e rovinoso salto nel buio. Un buio minaccioso come quello della notte di sabato quando centinaia di militanti integralisti armati di bottiglie molotov, spranghe e coltelli avanzano verso il quartiere di Imbaba, circondano le chiese copte di Santa Mena e quella poco di distante della vergine Maria. Lo slogan «Con il nostro sangue e la nostra anima difenderemo l’Islam» è la riedizione di quello usato nei giorni della Rivoluzione. Stavolta però non serve a condannare l’autoritarismo o ad inneggiare alla democrazia. Stavolta serve a propagare l’odio contro i cristiani copti colpevoli di rappresentare il dieci per cento della nazione, di vivere fianco a fianco ai musulmani, di possedere chiese e luoghi di culto. Ma la fratellanza e la solidarietà così di moda durante la rivoluzione di piazza Tahrir quando tanti illusi cristiani s’inginocchiavano a fianco dei fratelli musulmani sono acqua passata. Il nuovo sentimento quando va male è quello dell’odio. Quando va bene quello dell’indifferenza. L’odio di una folla mossa dalle voci diffuse ad arte che vogliono una donna prigioniera di una delle due chiese copte per impedirle di convertirsi all’islam. L’indifferenza di una polizia e di un esercito che per molte ore non si fanno vedere e quand’arrivano restano a guardare i cristiani massacrati, le chiese in fiamme, i fondamentalisti padroni della piazza.

Con il senno del giorno dopo, a sangue ormai sparso e chiese ridotte in cenere il Consiglio Supremo delle Forze Armate annuncia ieri mattina il deferimento ad una corte militare dei 190 arrestati dopo i disordini di sabato notte. Ma in tanta confusa incertezza è difficile dire se il deferimento alla giustizia militare sia poi una garanzia d’equilibrio e d’imparzialità. Anche perché nessuno in questo momento è in grado di dire chi siano e cosa vogliano i generali al potere. Potrebbero essere i figli di quello stesso esercito che con Mubarak garantiva la pace con Israele e la lotta ai fondamentalisti. Ma potrebbero anche essere l’espressione di una componente militare infiltrata da elementi islamici pronta a stringere un patto di ferro con i Fratelli musulmani. I primi passi dell’esecutivo nominato dal comitato «militar-rivoluzionario» non inducono certo all’ottimismo. Soprattutto se si esaminano le iniziative di Nabil El Arabi, il ministro degli Esteri che in due mesi ha letteralmente ribaltato la politica internazionale dell’Egitto. Conosciuto da sempre per le sue posizioni poco concilianti nei confronti d’Israele, El Arabi ha esordito lavorando alla riconciliazione di Hamas e Fatah senza informare americani e israeliani. Non pago di aver spiazzato Washington e aver restituito legittimità politica a Hamas senza manco chiedergli di rinunciare alla lotta armata il nuovo ministro ha anche fatto riaprire il valico di Rafah, il passaggio tra Gaza e il Sinai chiuso da Mubarak per impedire il transito di armi e finanziamenti destinati a Hamas. E ora, come ha spiegato sabato in un’intervista al Washington Post, lavora per aprire un nuovo capitolo nelle relazioni con l’Iran interrotte oltre 30 anni fa. Un capitolo già aperto un mese fa quando il nuovo Egitto di El Arabi e generali ha aperto le chiuse del canale di Suez a una nave da guerra iraniana.