L'eterno Alessandri, fantastico surrealista

Fra Buddha e Cristo, esoterismo e poesia, la parabola di un artista appartato. Contro la moda astrattista

Uomo intelligente e curioso, fra i primi e fra i pochi in Italia, insieme a Raniero Gnoli (altro curioso e, indipendentemente, attratto dall'Oriente misterioso), a leggere Giuseppe Tucci e a trasferire una parte di sé in Nepal e in Tibet. Senza conversioni, rimanendo occidentale e illuminista, e razionalista.

Lorenzo Alessandri nasce nel 1927 a Torino, città malinconica, e magica, e anche metafisica, città nella quale impazzì Nietzsche e De Chirico rispecchiò il suo pensiero nei lunghi viali che sembrano non avere fine. La sua mente resta impressionata da un mago esotico pur entro la religione cristiana: Padre Pio, incrociato nell'adolescenza, tra miracoli sperati ed esorcismi. Urge in lui il desiderio di esprimersi, di dare forma a demoni e fantasmi con il disegno e la pittura. I suoi inizi sono verso il 1940. Già prima della guerra Alessandri concentra le energie nell'ideale rifugio di una «soffitta macabra» con amici strani e inquieti, pieni di speranze e di illusioni: «Passavamo le notti in discussioni interminabili sull'anarchia, sulle pene capitali e in diatribe sull'esistenza dell'anima. Facevamo ricerche disordinate sullo Yoga, sul buddhismo e sullo zen. Ci occupavamo maldestramente di psicoanalisi... Altre volte evocavamo i defunti e le forze occulte». Quest'esperienza si riversa in dipinti sempre più allucinati e visionari.

Ma è nel 1951 che si consolida la viva coscienza di essere artista, nell'incontro con Silvano Gilardi detto Abacuc, che sarebbe stato il suo più grande amico. Abacuc è vivo, la testa immersa nella luminosa natura di montagne sulle quali lo spirito dell'uomo si innalza. Gilardi è figlio d'arte, conosce il mestiere e lo trasmette ad Alessandri che è carico di pensieri e di ossessioni. Sono anni difficili. Chi vuole dipingere si arrocca in un destino di solitudine e di isolamento, mentre l'affermazione dell'astrattismo e delle neoavanguardie dilaga come una moda e, presto, un'abitudine. Per resistere Alessandri promuove come un guerriero gruppi, riunisce artisti, vuole tenere aperte le porte del sogno. È nel 1961, quando ormai il processo è irreversibile e l'avanguardia trova il suo centro nella tragica Merda d'artista di Manzoni (duplicato consequenziale dell'Orinatoio di Duchamp), che Alessandri fonda il movimento Surfanta con amici curiosi e bizzarri: Abacuc, Lamberto Camerini, Enrico Colombotto Rosso, Giovanni Macciotta e Mario Molinari, una colonna indipendente del grande movimento surrealista in Europa che aveva le sue propaggini anche in Italia.Alessandri è ostinato, ci racconta questi anni, dal 1941 fino alla morte, avvenuta nel 2000, in un diario colto e ricco di riflessioni e anche di testi poetici, pubblicati col curioso titolo Zorobabel (editore Skira), che resterà un documento tra i più notevoli della seconda metà del secolo scorso, a perenne denuncia dell'arroganza e della presunzione con cui alcuni hanno preteso di scrivere la storia dell'arte contemporanea, cancellando sistematicamente esperienze artistiche straordinarie. Era giusto riabilitarle ora con la passione e l'impegno di Concetta Leto, che ad Alessandri ha dedicato una vita di studi e una passione dell'intelletto, una intensa corrispondenza di amorosi sensi. È lei a scrivere, con fulminea esattezza, che in Alessandri «l'arte, fuoco vivo e passione, si fa strumento di conoscenza del sé e del mondo. Tutto è visto e vissuto mediante questo potente filtro che abbatte i confini tra il mondo reale e quello onirico per crearne uno di appartenenza unica dell'artista sulfureo e magico». Le parole dicono dell'incantamento e della tenacia con cui questa donna ha voluto far riemergere la memoria di Alessandri e tenerlo vivo contro l'oblio di tempi ingrati e di menti distratte e ingenerose.

Già nel 1943, in uno sfogo nichilistico, Alessandri aveva prefigurato il proprio destino: «Sono così stufo di questa vita che, se dovessi morire questa notte, sarei contento. Odio questa vita stupida e insulsa, fatta soltanto di illusioni e di dispiaceri, di mete irraggiungibili, irraggiunte, di speranze che non si avverano e che non si sono mai avverate . Soffro sempre, incominciando con la scuola, eppure con i miei compagni scherzo e rido e anche con gli altri, ma soffro dentro di me. Nessuno che mi conosce può sapere quanto è grande il mio soffrire, perché nessuno mi conosce bene . Io piango, solo, nascosto. Nessuno deve sapere. I miei ideali più belli spezzati sono lì davanti a me e mi fanno soffrire . Quando finirà questa tortura? Maledetta vita, quando finirai?». Parole che sembrano scritte da un poeta romantico e che indicano un disagio che, anche in età matura, non troverà soluzioni se non nella consolazione della pittura.

Il diario è una miniera di pensieri tristi e veri. Alessandri coltiverà l'illusione di trovare rifugio nella filosofia Yoga, nel pensiero buddhista: «Nella pace e nell'equilibrio che il buddismo propone, io vedo la soluzione limpida e riposante di tutti gli insolubili problemi e dubbi che assillano il cervello umano». Però poi concilia Buddha con Cristo: «Nel Vangelo di Cristo trovo il Dio, il Padre primo, il creatore eterno e magnifico, il padrone dei disegni imperscrutabili che diventa uomo e mi dà la mano». Alessandri riflette, si illude di vincere il male che invece lo attrae così come tutto ciò che è irrazionale, onirico, esoterico.

Nel 1976 Alessandri è intervistato per La Stampa da Edmondo De Amici che lo va a trovare nella sua villa al Trucco San Luigi di Giaveno dove anch'io, molti anni fa ormai, lo incontrai. E lì, mentre decripta Surfanta in «surreale e fantastico», rivela la sua curiosità per le religioni come la migliore guida nella vita quotidiana dell'uomo. Quasi vent'anni dopo incontra Danilo Arona e Gian Mario Panizza, i quali lo interrogano sul diavolo. Pur essendo molto preparato, Alessandri li dovrà deludere, quasi con innocenza e senza malizia: «Il diavolo mi interessa come materiale pittorico, come del resto molte altre cose strane, i maghi, le streghe, i sogni, i fumetti». La visita alla sua collezione è un esilarante repertorio degli elementi di una scenografia che gli era congeniale, dentro la quale vivere e dipingere. Il percorso della casa è un'avventura, un viaggio in un mondo parallelo e interiore.

Alessandri è un uomo vissuto altrove. E forse, ora che è altrove, non è morto, e il suo spirito vive in Concetta Leto, la quale nella mente luminosa conserva la casa che ora non c'è più, santuario del pensiero multiforme di Alessandri. Nel suo mondo si capiva che l'arte era la necessaria, inevitabile, estensione visiva del pensiero, ben chiarito in una lettera all'amico Abacuc del 1998, dichiarazione di poetica e testamento pittorico: «L'avvento del brutto, che ha amareggiato la nostra giovinezza e intristito le nostre visite ai musei, ha esaltato dei cani intellettuali e impotenti, arricchendone molti di fama e di danaro, ci ha appena sfiorati, ma non ci ha mai vinti. Io me ne sono sempre fregato degli astrattisti, dei concettuali e odio con tutto il cuore e con tutto il cervello quei truffatori che fanno le installazioni, che inscatolano la loro propria merda, quelli che espongono tubi al neon accesi e mongoloidi vivi a spese degli stati e dei musei». Sempre lucido e combattivo Alessandri, che vuole riflettere sull'origine del male, e conclude: «Non me ne importa niente che il futuro non ci sia più. Sono felice del presente».

Dalla lettura di Zorobabel, come dalla visione dei suoi inesauribili dipinti, si esce arricchiti, e non si può non desiderare di vedere il lunghissimo sogno di Alessandri illustrato in dipinti bellissimi e misteriosi, perché pieni di mistero e perché ingiustamente nascosti. Essi mandano una luce interiore che non ha fine con la vita perché la vita, nell'arte, non finisce. E Alessandri è vivo e parla con noi.

Annunci