La lezione di Bagdad

In un bilancio del triennio dall’intervento in Irak, alcuni punti possono essere dati per acquisiti. Primo: la guerra guerreggiata è stata rapidamente vinta sul campo con la defenestrazione del despota Saddam, la sua cattura e l’eliminazione delle alte sfere del regime. Secondo: ben tre turni elettorali nel 2005 hanno avuto grande successo di partecipazione popolare, segno se non proprio di democrazia, certo dell’avvio di qualcosa di simile in una regione che prima non aveva mai conosciuto elezioni. Il terzo aspetto incontestabile riguarda la mancata pacificazione e normalizzazione di uno Stato che non riesce a trovare regole di convivenza, assediato da vecchi e nuovi conflitti etnici e religiosi che si intrecciano con l’azione dei terroristi islamisti.
Occorre riandare all’origine dell’intervento americano per ricordare i motivi di ordine diverso che sarebbe sbagliato non considerare nell’insieme. Non c’è dubbio che agli Stati Uniti interessasse stabilire una testa di ponte nella regione petrolifera che potesse assicurare una sicura alternativa energetica alla rabbia saudita. Ed è altrettanto importante sottolineare come all’indomani dell’11 settembre fosse divenuta prioritaria la preoccupazione di sradicare gli Stati canaglia sostenitori del terrorismo e destabilizzatori tra cui primeggiava in Medio Oriente l’Irak di Saddam, pur estraneo al fondamentalismo religioso. Ma la ragione se non principale sicuramente più originale da considerare come molla decisiva dell’intervento fu la svolta concettuale nella politica estera americana.
Sospinta dalla visione dei più intelligenti e creativi neoconservatori, l’amministrazione Bush ribaltava la tradizionale politica estera kissingeriana di accettazione dello status quo mondiale per abbracciare quell’interventismo che in altri tempi era stato tipico dei democratici (W. Wilson, F. D. Roosevelt). L’idea era che gli Stati Uniti, rimasti unica superpotenza, dovessero assumere su di sé la responsabilità, oltre che della sicurezza domestica, anche di quella internazionale, e questa era collegata con la diffusione della democrazia e della libertà e con l’abbattimento dei regimi dittatoriali.
Se queste erano le originarie motivazioni della campagna irachena, non si può ignorare che la sua realizzazione è incappata in alcuni errori, ritenuti tali anche da personalità e gruppi che all’inizio hanno sostenuto l’intervento. Il generale Paul Eaton, fino al 2004 addestratore del nuovo esercito iracheno, ha criticato gli errori militari del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld la cui idea di guerra tecnologica con un piccolo esercito di uomini era stata già da tempo giudicata inadeguata per tenere sotto controllo un Paese come l’Irak. Un buco ancora più nero nella conduzione della guerra è stato la mancanza dell’amministrazione nella pianificazione del dopo-Saddam con una adeguata previsione e predisposizione della classe dirigente e degli equilibri etnico-politici da mettere in testa allo Stato, una volta distrutta la struttura dittatoriale. Infine l’errore di immagine, oltre che di sostanza che ha profondamente indebolito l’intera missione, è stata l’utilizzazione di carceri ad Abu Ghraib, a Camp Nama e forse altrove che ha gettato un’ombra incompatibile con lo spirito del ruolo americano nel mondo.
Dopo avere ricordato i successi e gli errori di questi anni, è difficile dire quale sarà il bilancio definitivo di un’impresa che ha segnato profondamente la scena mondiale degli ultimi anni. Solo la fine della storia potrà essere valutata nella giusta prospettiva. Certo è però che gli Stati Uniti, e più in generale gli occidentali, non possono e non debbono abbandonare l’opera a metà, lasciando l’Irak in preda ai terroristi islamisti che puntano tutte le loro carte sul fallimento della normalizzazione della regione mesopotamica con la convivenza su base non fondamentalista delle diverse etnie, sciita, sunnita e curda. Anche la stessa opposizione negli Stati Uniti si sta indirizzando piuttosto al costo troppo alto in vite umane e in danaro non sopportabile dal Paese che non alla richiesta di abbandonare subito il campo al nemico terrorista.
Vale la pena di dedicare un’ultima parola alla politica italiana in Irak. A me pare che il nostro governo abbia seguito un’ottima strategia secondo la migliore tradizione atlantica consistente nella solidarietà attiva con gli Stati Uniti, distinta e distante dalle ambiguità francese e tedesca. Ed è infine opportuno ricordare che il nostro intervento è stato caratterizzato dal corpo di spedizione a Nassirya come missione di peace keaping che offre un valido esempio anche per il futuro della nostra politica estera.
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