Lezione israeliana contro il terrore

C’è qualcosa di familiare e di significativo, guardando dal Medio Oriente, nella strage dell’assassino di massa Cho Seng Hui. Precisamente, quattro tipi di comportamento. Quello dell’assassino per primo. L’assassino nel suo video interpreta una parte nota e che ha visto certo recitare in altri video ormai molto diffusi: quella del terrorista suicida. Ovviamente le sue motivazioni sono di carattere psicotico; ma l’idealtipo cui si riferisce il suo comportamento è, per così dire, alla moda. È il terrorista suicida. È un modello che ormai i giovani conoscono bene, e che fa fantasticare fino a disegnare un tipo di rivoluzione comportamentale, quella, la chiamerei così, della rivoluzione violenta. È chiarissimo che l’assassino era uno psicotico grave e pericoloso; ma si può notare che il modello di violenza che colpisce la sua mente debole non sembra essere quello eroico alla Bruce Willis ma è ispirato dai video dei «martiri». Come i terroristi suicidi, il giovane si dice perseguitato, «debole e senza difesa», come i terroristi che denunciano le persecuzioni colonialiste e imperialiste, la miseria, l’oppressione dell’Occidente. Come un Gesù Cristo, si immola perché la sua grandezza, la sua moralità, la certezza di perseguire un fine giusto non gli consentono di fare altrimenti. La violenza è un giusto mezzo contro un nemico spietato, quindi l’assassino pazzo sarà spietato. Gli innocenti non sono tali, suggerisce la sua decisione, ma complici del male cui quindi egli si contrappone con la sua battaglia.
Il secondo comportamento da notare: quello del professore, che è stato seppellito come un eroe in patria, in Israele. Liviu Librescu, 76 anni, era sopravvissuto alla Shoah, aveva sofferto sotto il regime comunista in Romania e prima di andare a insegnare ingegneria aeronautica al Virginia Tech aveva semplicemente interiorizzato che cosa deve fare un uomo quando si trova di fronte a un attacco terroristico, specie se è un anziano in mezzo a tanti giovani minacciati: proteggerli, cercare di salvare le loro vite a tutti i costi. In Israele ogni guidatore di autobus, ogni cameriere in un caffè, ogni cittadino per la strada che ha afferrato un terrorista per le braccia perché non facesse saltare il congegno collegato alla sua cintura al tritolo, se è ancora vivo può raccontare la stessa storia, e ce ne sono centinaia: «Ho visto che stava per uccidere tutta quella gente; certo che sapevo di rischiare la vita, e allora? Non è meglio che uno solo muoia piuttosto che tanti?». L’ho sentito ripetere tante volte da eroi inconsapevoli, semplici cittadini. Così, Librescu ha tenuto la porta della classe chiusa col suo corpo finché i suoi ragazzi sono saltati dalla finestra mettendosi in salvo. Poi, è stato ucciso. Il direttore delle Comunità ebraiche unite degli Usa ha commentato così: «Il suo eroismo nasce dall’esperienza in Israele: chiaramente, avendo pensato molto al terrorismo, in un secondo dal primo sparo ha reagito barricando la porta col suo corpo e ha spinto gli studenti a fuggire. Se sei israeliano ti viene naturale sapere come reagire con una crisi di questo tipo».
E infatti, ecco il quarto comportamento, quello degli studenti israeliani che erano nel Campus. Anat Elazari, una dottoranda in ingegneria di 24 anni di Tiberiade, ha commentato l’accaduto così: «Crescendo in Israele so cosa sono gli attacchi terroristi, ci ho riflettuto, so che può accadere... ho sofferto lo choc e la tristezza, ma la vita deve andare avanti. In Israele, appena hai verificato come stanno tutte le persone che conosci, impari a cercare di voltare pagina».
Infine il comportamento degli studenti americani e di tutte le altre parti del mondo, quello di uno stupore doloroso che non avrà mai fine: impossibile per noi, dicono i genitori, e per i nostri figli concepire un male grande come quello di un uomo che spara all’impazzata su centinaia di innocenti, che prende insensatamente le loro vite. Il commento più comune sentito dopo la strage è stato lo sgomento e l’improvvisa convinzione, al contrario degli studenti israeliani, di non poter più pensare come prima, continuare nella consueta illusione di pace, seguitare a frequentare una scuola, o qualsiasi altra istituzione o luogo pubblico come prima dell’attacco. Proprio il tipo di risposta che l’assassino-suicida vorrebbe sentire, come i terroristi suicidi. All’interno di questa reazione senza speranza, anche la difficoltà a immaginarsi un modo di difendersi effettivo senza ferire le libertà civili, la libertà di opinione e di espressione, di movimento. A pensare una democrazia all’erta. Ma l’ondata terroristica mondiale non è legata solo all’islamismo conquistatore: è anche matrice di comportamenti, suggerisce una pazza rivoluzione violenta, suggerisce la bellezza del male travestendolo da giustizia, porta suggestioni e immagini che possono sconvolgere le menti deboli. Sorvegliamo dunque, più che i film americani, i messaggi del terrorismo, ed evitiamo di diffonderne le orribili immagini, magari giustificando quei «poveri» giovani assassini di massa con le colpe dei ricchi, di cui anche lo studente americano assassino si lamentava nel suo video.
Fiamma Nirenstein