Le lezioni dei cattivi maestri nelle moschee d’Italia

Hamid ha 23 anni. Di origini marocchine, è nato e cresciuto in Italia. L'arabo non lo sa nemmeno. Un ragazzo alla mano, simpatico, ben integrato. Poi, un giorno incontra in università un palestinese che vive a Roma; uno che sa parlare e, soprattutto, persuadere. È lui a portarlo in una moschea romana; lui a indurlo a riscoprire la proprie radici islamiche, a scatenare una crisi di identità fino a quel momento inesistente. In poche settimane Hamid si trasforma. Quando incontra le compagne di corso abbassa lo sguardo e tira dritto; quando incrocia le amiche di famiglia si rifiuta di stringere loro le mani, soprattutto se sono islamiche. Inizia a fare discorsi strani: «Bisogna tornare alle origini», perché «l'Islam è l'unica strada». Le donne, per lui, sono inferiori all'uomo e come tali vanno trattate. Hamid è un ragazzo perso; come i tanti che hanno trovato nelle moschee la via al fondamentalismo.
Non bisogna generalizzare: il messaggio più autentico dell'Islam non ha nulla a che vedere con quello propagato dai predicatori salafiti e wahabiti. Il problema è che sono costoro a conquistare sempre più spazio nelle moschee d'Italia. Come ha dimostrato recentemente Stefano Filippi in un'inchiesta sul Giornale, oggi, paradossalmente, nessuno sa con esattezza quanti siano i centri di preghiera islamici. Duecentocinquanta o addirittura seicento? E nessuno sa con esattezza che cosa venga detto ai fedeli. Contrariamente alla maggior parte dei Paesi arabi, dove gli Imam sono nominati e controllati da un'autorità statale, in Italia la libertà è assoluta. Quelli «fai da te» sono numerosissimi e gli integralisti sanno approfittare di questa situazione di anarchia. Qualche imam meno avveduto esce allo scoperto, come quello che si scaglia contro il crocifisso, o come Abu Shwaima che ritiene il velo «un obbligo di Dio». Quando la sparano troppo grossa, finiscono sui giornali; per questo hanno imparato ad essere più cauti.
La vera minaccia è rappresentata non dai personaggi più in vista, ma dai maestri, dagli ideologi, dai propagandisti che agiscono dietro le quinte e che magari si fermano in Italia solo poche settimane, giusto il tempo di fare del proselitismo, magari durante il ramadan. Formatisi nelle scuole coraniche, generosamente finanziate dai sauditi, o nei centri islamici più oltranzisti, radicati in diverse città nel Nord Europa, i leader islamici sono intelligenti e di gran fascino. Il loro obiettivo? Sedurre i musulmani tra i 18 e i 30 anni, che più di altri vivono il contrasto con un Occidente da cui si sentono attratti e al contempo respinti. I giovani cercano una causa a cui dedicarsi. Loro gliela offrono. E l'aberrazione trionfa.
Su Internet recentemente circolava questa e mail, firmata da un giovane neofondamentalista: «Le donne marocchine vanno combattute affogandole nell'aceto o con l'ascia; sennò con la sega elettrica». L'ha spedita un maghrebino, sposato con un'italiana, che sembrava perfettamente integrato fino al giorno in cui ha conosciuto la «rivelazione» wahabita.
Il credo che viene diffuso nelle moschee e negli ambienti integralisti è caratterizzato da una concezione esasperatamente misogina della società. I fondamentalisti hanno due ossessioni: le donne e l'Occidente. E allora la poligamia diventa «un diritto divino»; le ragazze non velate vengono considerate «infedeli da trattare come prostitute»; le mogli «servono solo a far figli e devono obbedire al marito», che ha il diritto «di picchiare le consorti che si ribellano». I cristiani sono giudicati alla stregua di «miscredenti, sporchi e puzzolenti come i maiali» e l'Europa è considerata la nuova terra promessa. In Paesi come la Tunisia, l'Algeria, il Marocco e l'Egitto, agli integralisti è vietata la predicazione, con le maniere tipiche dei regimi autoritari e delle dittature; solo nella vecchia Europa possono agire liberamente. Travisano e deformano l'Islam, abusano della nostra tolleranza.