Le lezioni (e gli abbagli) dell'Iowa

Il vero vincitore è Santorum: dato per spacciato fino a pochi giorni fa, è stato miracolato dall’intervento delle potenti congregazioni evangeliche. Ma il suo sarà un fuoco di paglia, difficile che duri più di qualche settimana. Romney ha continuato a fare campagna dal 2008, raccogliendo e spendendo cifre ingenti anche in Iowa. Tutto per raccogliere gli stessi voti di quattro anni fa. Ma sta per arrivargli l'endorsement di John McCain

La prima grande serata del più grande spettacolo politico al mondo si sta concludendo con un finale in stile hollywoodiano. Come nelle migliori sceneggiature, finisce all’ultimo voto, all’ultimo respiro. Peccato che, in fondo, chi vincerà i pochi delegati scelti dal piccolo stato del Midwest che si appresta a tornare nella placida oscurità produttiva delle praterie non conti granché.

L’importante è che dalle divinazioni demoscopiche si sia finalmente passati ai risultati veri. Ormai, grazie al Cielo, non è più tempo di simulazioni, speculazioni, scenari elettorali. Siamo entrati in campo, pronti a giocare i 90 minuti più lunghi della politica mondiale. Il cronometro però segna, al massimo, il secondo minuto del primo tempo. Eppure il dovere di cronaca obbliga a dare già delle risposte e cercare di trarre il massimo dai pochi dati a nostra disposizione. Riservandoci il diritto di rivedere alcune delle affermazioni di oggi quando i flussi elettorali ed i retroscena verranno alla luce, ecco cosa si può capire dal risultato dei caucuses dell’Hawkeye State con il risultato ufficiale ancora in bilico.

- Michele Bachmann è ufficialmente un’ex candidata alla nomination del GOP. Per una nata e cresciuta in Iowa raccogliere poco più del cinque per cento è una sconfitta di proporzioni inaudite. La deputata del Minnesota è addirittura arrivata sesta nella sua contea natale. I cortesi inviti dei giorni scorsi si trasformeranno rapidissimamente in perentori ordini da parte dell’RNC o di chi per conto loro. Ormai è solo questione di tempo ed opportunità. Chi ne approfitterà? A caldo verrebbe da dire Santorum, ma alla lunga è una buona notizia per Gingrich, altro candidato apprezzato dall’ala movimentista del partito.

- Lo sconfitto della serata, nonostante lo spin dei media mainstream, non può che essere Mitt Romney. A condannarlo, la dura legge dei numeri. Nel 2008, contro un campo di avversari decisamente più competitivo, aveva raccolto 30.021 consensi. Stavolta, front-runner da una vita e con gli altri candidati che, inspiegabilmente, hanno evitato di attaccarlo pesantemente, è inchiodato attorno ai 29.000. Romney ha continuato a fare campagna dal 2008, raccogliendo e spendendo cifre ingenti anche in Iowa. Tutto per raccogliere gli stessi voti di quattro anni fa? Fossi in lui, prenderei a calci il suo staff nello stato e rimetterei in discussione i posti chiave nella sua campagna elettorale prima che sia troppo tardi.

- I secondi sconfitti in generale sono tutti i candidati del GOP. L’affluenza ai caucuses sarà pure “storica”, ma i caucuses democratici erano una formalità. Molti elettori democratici o indipendenti sono affluiti a quelli del GOP, “drogando” i risultati. I primi dati indicano che circa il 26% dei partecipanti non fosse un elettore repubblicano. Come leggere questo dato? I candidati attuali sono un disastro su tutta la linea. Non piacciono alla base, non riescono a convincerla nonostante (o forse a causa) la sovraesposizione mediatica dei numerosissimi dibattiti televisivi. C’è chi dice che questo faccia il gioco di Obama e dei democratici. Non sono d’accordo. Con un campo così fiacco, la tentazione del coup de theatre e del rientro in campo di uno dei molti candidati carismatici rimasti intelligentemente alla finestra (da Sarah Palin a Chris Christie, da Marco Rubio a Bobby Jindal) aumenta vertiginosamente. I neo-entrati probabilmente aspetteranno che i presenti si scannino ancora per qualche tempo, almeno fino al South Carolina. Poi tutto sarà possibile. Con la base così apatica e poco convinta non si va alla Casa Bianca e si rischia di perdere anche la Camera. Qualcuno nella Beltway se ne accorgerà, prima o poi e allora ‘apriti cielo’.

- Dire che Rick Perry è uno degli sconfitti è allo stesso tempo una tautologia ed un errore. Perry la nomination se l’è giocata tanto tempo fa, quando ha pensato che bastasse il suo record di governatore dello stato economicamente più in salute dell’Unione per esser portato in trionfo a Tampa e schiantare la concorrenza. Una valutazione tanto grossolana da apparire disingenua, in verità. Un insider texano mi ha confessato che nel campo di Perry mancava la “fame”, in senso agonistico. Perry è ancora governatore, gran parte dei suoi consulenti, in caso di fiasco, torneranno ad Austin a lavorare per il Lone Star State. Il discorso di stasera, chiaro preludio all’abbandono, è stato fatto più alla dirigenza del GOP che agli elettori. Messaggio semplice ed efficace: sono ancora un uomo di partito e me ne vado ancora prima che me lo chiediate. Ricordatevelo quando ci sarà da pensare a chi appoggiare nelle elezioni per governatore. L’impressione è che comunque manchi una pagina o due. Vedremo che succederà da qui a pochi giorni.

- La prima battaglia tra la base e l’establishment è finita con una vittoria ai punti del secondo, vista la estrema frammentazione dell’elettorato movimentista. L’endorsement anticipato di John McCain nei confronti di Mitt Romney, che secondo alcune fonti semiufficiali dovrebbe arrivare a breve, sta a significare che sono in molti ad osservare con più di una legittima preoccupazione i risultati della serata elettorale. Romney ha tutto l’interesse a chiudere in fretta i giochi, aveva bisogno di una vittoria più che netta. Doppiandola col prevedibile cappotto in New Hampshire, avrebbe potuto convincere i candidati più pericolosi a mollare. Ad andarsene, invece, probabilmente saranno i due candidati sulla carta più vicini all’ala conservatrice del partito, che lo vede come fumo negli occhi. In New Hampshire ci sarà poco da muovere, i giochi sono fatti da un pezzo. In South Carolina, invece, ne vedremo davvero delle belle.

-  Vincitore della serata, chiaramente, Rick Santorum. Dato per spacciato fino a pochi giorni fa, è stato miracolato dall’intervento discreto ma non certo meno efficace delle potenti congregazioni evangeliche della sterminata prateria dell’Iowa centrale. La mappa che Google Elections aveva dedicato all’Iowa è abbastanza chiara (la trovate qui). Santorum vince nelle contee rurali, Romney nelle città. Col voto delle campagne e degli evangelici, nel 2008, aveva trionfato il buon Mike Huckabee. Ora ha un buon talk show su Fox News. Nonostante abbia approfittato al meglio dei riflettori puntati (finalmente) su di lui con un discorso molto efficace, probabilmente farà la stessa fine. Santorum, come tutti gli altri candidati, ha qualche grosso scheletro nell’armadio, prima di tutto l’aver sostenuto Arlen Specter nelle primarie del GOP al posto di Pat Toomey, conservatore di ferro. Nel partito (e nel Tea Party) molti non gliel’hanno ancora perdonata. Inoltre il buon Santorum, figlio di un immigrato italiano, precisamente veneto, di Riva del Garda, è appassionato di spesa pubblica, specialmente quella “compassionate” alla Bush figlio. Eppure la vittoria di stasera sembra un fuoco di paglia. Santorum è “folksy”, più genuino di “robot” Romney, entusiasma quando parla di valori, di America operaia, potrebbe far breccia nell’anima profonda di questo grande paese ma non ha né organizzazione né fundraising necessario a farcela. Se non cede di schianto in New Hampshire, potrebbe reggere qualche altra settimana. Peccato, un presidente italo-americano sarebbe stato fantastico. I miracoli, però, possono sempre succedere…

- Nonostante tutto, chi potrebbe approfittare al meglio del risultato di stasera è, incredibilmente, Newt Gingrich. Il risultato, in sé per sé, non sarebbe un granché, ma in Iowa l’ex speaker della Camera giocava fuori casa, in un territorio a lui ostile, dove i suoi punti forti, ovvero la preparazione su qualsiasi cosa e la retorica di una spanna superiore alla concorrenza in casa repubblicana (“teleprompter” Obama è un’altra storia, ovviamente), avevano pochissima presa. Gingrich, poi, potrebbe beneficiare molto dall’assottigliamento del campo dei candidati, specialmente dall’uscita di Perry. Chi, preso dall’entusiasmo, afferma che i fedeli di Rick Perry passeranno all’altro Rick (Santorum) sottovaluta gli elettori repubblicani. Verranno stati più in linea con i punti forti di Newt. Un buon risultato, magari una vittoria, in South Carolina potrebbe aprirgli le porte del Sud, dove il mormone Romney avrà vita durissima.

- Ron Paul, dite? Tanto rumore per niente, al momento. Nonostante legioni di fan scatenati in Rete e l’appoggio incondizionato dei tanti indipendenti/democratici arrivati nei caucuses dell’Iowa, aver appena superato il 20% non può essere abbastanza per chi deve scalare una montagna prima di arrivare alla nomination. Le regole particolari dell’Iowa sembravano fatte apposta per chi, come Paul, può schierare orde di volontari entusiasti in ogni caucus. I due candidati più organizzati (Paul e Romney) sembravano pronti a papparsi i voti dell’Iowa. A vincere, invece, sarà Santorum, uno a corto di soldi, col quartier generale in un albergo di periferia, che come banchetto della vittoria ha ordinato per lui e lo staff pollo e fagioli. I liberaltarians, gli unici a combattere a spada tratta per nonno Paul (Ron ce n’è solo uno, pace all’anima sua), sono e saranno sempre una minoranza anche all’interno del GOP. Quando le primarie saranno chiuse a indipendenti e democratici, le percentuali di Paul precipiteranno. Dio solo sa cosa succederà nelle prossime settimane.

All’appello mancano ancora cinque distretti, Santorum e Romney sono divisi da una manciata di voti. Per fortuna il risultato, stasera, non era la notizia importante. È stata una grande festa della democrazia. E non siamo che all’inizio. Buone primarie a tutti.