Lezioni sullo stato di diritto alla «Città dei diritti»

Si parla molto in questo oscuro tempo italiano dello Stato di Diritto che secondo la tradizione romana alla quale apparteniamo, è tradotto letteralmente in tedesco Rechtstaat, Etat de Droit in francese, Estado de Derecho in spagnolo, mentre in inglese si oscilla fra una espressione relativamente neutrale Rule of Law a una più ricca di contenuto Constitutional State.
Il giurista Vincenzo Ferrari concorda con quanto affermato nel recente Congresso di Firenze da un sociologo scettico come Martin Krygler: nucleo profondo dello Stato di Diritto è l’esclusione del potere arbitrario. Il che significa che gli atti nei quali si esercita il potere devono essere ispirati al Diritto positivo e trarre da esso la loro giustificazione affinché siano validi in senso giuridico e legittimi in senso politico. Non è però possibile parlare di diritti senza correlarli a corrispondenti doveri. Da Platone e Cicerone in poi è universale il riconoscimento che non vi sono diritti senza corrispettivi doveri. La nostra Costituzione lo statuisce all’articolo 2 dove si garantiscono i diritti inviolabili dell’uomo e si richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. È una importante affermazione di principio che introduce le norme nelle quali si sanciscono diritti e doveri dei cittadini. È una conquista fondamentale dello Stato democratico sullo Stato totalitario che invece nega l’esistenza di diritti.
I valori migliori del nostro Risorgimento sono stati rappresentati da patrioti della caratura di Balbo, Cavour, Ricasoli, Mamiani, Minghetti, Lanza, La Marmora, Sella, Jacini, Spaventa, Visconti-Venosta e tanti altri, che anteponevano il loro dovere alla rivendicazione di qualsiasi diritto.
In un mondo globalizzato diritti e doveri assumono nuove dimensioni e interrelazioni. Quanto accaduto in Tibet dimostra la necessità di vigilare sull’osservanza dei diritti umani, ma anche l’inadeguatezza dell’attuazione corrispondente dei doveri. Ai diritti delle popolazioni martoriate del Darfur, fa fronte solo una vuota retorica dei doveri della comunità internazionale. Se all’aumento del numero dei diritti, non corrisponde un adeguamento di doveri, il rischio è di inflazionare e vanificare gli uni mentre si esautorano gli altri.
Alla luce delle nuove esigenze di società in continua evoluzione, con richiesta di sempre nuovi diritti è necessaria la consapevolezza di dover stabilire corrispondenti doveri superando gli egoismi di coloro che si trincerano dietro la difesa del propri interessi erigendo muri che non potranno resistere agli tsunami della storia.
L’assenza di una cultura dei doveri una delle principali cause del declino morale dell’Italia contemporanea. I doveri non solo corrispettivo dei diritti, ma anche argine naturale alla loro violazione.
La mancanza del senso del dovere comporta una tal perdita di valori, da indebolire l’intera struttura sociale come pure quella costituzionale di ogni società civile, compromettendo anche la compagine dei diritti.
Norberto Bobbio autore del libro «L’età dei diritti», intervistato da Maurizio Viroli in «Dialogo intorno alla Repubblica» confessava: «Se avessi ancora qualche anno di vita, che non avrò, sarei tentato di scrivere “L’età dei doveri”».