Li Gotti, il «fascista rosso» che faceva parlare i pentiti

Gli avvocati penalisti si lamentano di non avere un loro rappresentante ai vertici del ministero della Giustizia. Passano in rassegna la compagine ministeriale e sospirano. Il ministro, Clemente Mastella, è uno sprovveduto giornalista che, circondato da volponi, sta sulla sua poltrona come un pugile groggy all'angolo del ring. Dei cinque sottosegretari, uno è Luigi Manconi, sociologo e anche ex Lotta Continua, il che non è il massimo. Tre sono magistrati. La graziosa Daniela Melchiorre, giudice militare. Un pm ex comunista, Alberto Maritati. Un giudice di lungo corso, Luigi Scotti, 75 anni trascorsi tra Marx e Pandette. Infine, c'è Luigi Li Gotti. «Ecco! - esclamate -. Uno dei vostri. Non è il famoso penalista, avvocato dei pentiti?». «Proprio per questo, non è uno dei nostri», replicano secchi i penalisti e arricciano il naso.
L'avvocato Luigi Li Gotti è il pupillo di Totò Di Pietro. Da tre anni ha aderito a Italia dei valori, il partito dell'ex pm. Prima militava in An, prima ancora era nel Msi. Di Pietro l'ha imposto come sottosegretario. In precedenza, Li Gotti era un penalista. Ma da venti anni faceva il legale dei pentiti di mafia. Aveva una nutrita scuderia dei più famosi, Buscetta, Contorno, Brusca e compagnia. Fior di delinquenti che sotto la sua regìa hanno collaborato con le Procure. Hanno confessato i loro delitti e hanno spifferato i nomi dei complici. Li hanno fatti sbattere in galera e, per questa via, hanno evitato di finirci loro.
Li Gotti era il loro difensore. Ma non li difendeva. Non c'era niente da difendere perché erano rei confessi. Li spronava solo a parlare e straparlare. Dovevano confermare le tesi accusatorie delle Procure, fare nomi, alludere, incastrare. Li Gotti li aiutava a dire il massimo, per fargli ottenere il minimo di pena. La sua missione era affiancare gli inquirenti nella spremitura dei pentiti che preparava a dovere perché vuotassero il sacco. Era insomma un vice procuratore e procuratore in seconda. Ecco perché i penalisti di Li Gotti non vogliono neanche sentir parlare.
Duro mestiere, quello del nostro Luigi. Da anni è sotto scorta. Con le coppole c'è poco da scherzare. Uno come lui, che attraverso i mafiosi suoi clienti ha svelato gli altarini delle cosche, rischiava ogni giorno la vita. In cambio, nemmeno la soddisfazione di un complimento o di un sorriso dai suoi colleghi penalisti. Anzi.
Per loro non era un confratello, ma un procuratore aggiunto. Stavano infatti su barricate opposte. I difensori veri cercavano di evitare l'ergastolo ai loro delinquenti, trovando attenuanti e giustificazioni. Lui studiava invece il modo di mandare in galera gli assassini dei colleghi, per evitarla ai propri. Era in amorosi sensi con le Procure, mentre gli altri erano ai ferri corti.
Due modi opposti di intendere il mestiere, due deontologie professionali agli antipodi. L'avvocato vero si fa un punto d'onore di essere antagonista dei Caselli, dei Lo Forte e di tutto l'ambaradam delle Procure. La sua ambizione è sottrarre l'assistito alle grinfie dei pm, costringerli a trovare le prove, a non accontentarsi delle delazioni di opportunisti senza scrupoli.
Li Gotti, al contrario, si faceva un vanto di concordare il processo coi pm, di offrirgli pentiti collaborativi e materiale per condanne da ergastolo. In una parola, mentre i difensori cercavano di sbugiardare i pentiti, Li Gotti era lì per legittimarli. Così, tra Luigi e i suoi colleghi si è aperto un baratro. Incontrandosi in tribunale, neanche si scambiavano un saluto. Lui girava guardingo, gli altri giravano alla larga.
Nel comune sentire degli avvocati, chi fa il difensore dei pentiti è uno che ha rinunciato al mestiere. Nel migliore dei casi, uno che non ha trovato la sua strada e ha preso una scorciatoia per campare. Un poveraccio da disistimare, ma senza infierire. Con Luigi è diverso. Lui è temuto. Il suo discusso mestiere lo sa fare. Trovarselo avversario, è una rogna. È aggressivo come un mastino, pericoloso come il più agguerrito dei pm. «Un cagnaccio», è una delle definizioni raccolte dal vostro cronista.
In compenso di tanta solitudine professionale, Luigi ha guadagnato, pare, molti soldi. A farlo entrare nel giro, è stato il Servizio protezione dei pentiti del ministero dell'Interno. La struttura aveva fondi riservati da spendere discrezionalmente per i legali di fiducia. Si diceva, già diversi anni fa, che Li Gotti prendesse 600 milioni l'anno. Erano però i tempi d'oro.
Le cose sono cambiate alla fine degli anni '90 quando il Parlamento ha disciplinato la gestione e messo un freno alle spese del Servizio protezione. Comunque, è sempre un mestiere che riempie il portafoglio. Negli ultimi anni, Li Gotti aveva ridotto la sua scuderia di pentiti da molte decine a qualche unità. Ora che è sottosegretario ha smesso del tutto, per incompatibilità.
Luigi è un sottosegretario sui generis. È percepito come un uomo del ministero degli Interni. Sa un sacco di cose come nessuno. È depositario di segreti rimasti tra le pieghe dei processi. Delle Procure con cui ha collaborato, Palermo in primis, conosce tutto: il buono e il marcio.
Nel ministero di Via Arenula ha portato la sua mentalità da pm aggiunto. Ha collaborato al decreto Mastella sulla «ragionevole durata del processo» malvisto da tutto il Foro italiano. Il decreto infatti, per ottenere la cosa buona di un processo più veloce, aveva dimezzato le prerogative della difesa. Decadenze perentorie, termini accorciati, ostacoli vari. Dopo molte proteste, il provvedimento si è arenato. Ma verso il «collega», mai accettato come tale, la diffidenza si è accentuata. Luigi ripete di essersi meritato il posto che ha «per avere aiutato lo Stato a sgominare la criminalità». I penalisti gli rinfacciano di avere preso il mestiere dalla parte sbagliata e essere un avvocato contronatura.
Li Gotti è un omone sugli 1,80, grassottello e la testa calva come un ginocchio. È nato 60 anni fa a Crotone. A 20 anni si è iscritto al Msi, è stato segretario di Federazione e consigliere comunale. Come avvocato ha debuttato nel grosso studio crotonese di Francesco Barbuto, federale del Msi. Il socio principale di Barbuto era uno dei 101 che, dopo lo sbarco in Sicilia del '43, resistettero - per patriottismo e fedeltà a Mussolini - alle truppe Usa davanti allo stretto a Villa San Giovanni. Insomma, come si vede, Luigi, stava proprio nel cuore del neofascismo meridionale. Il suo leader in quegli anni era Franco Servello, calabrese pure lui, ma trapiantato a Milano.
Professionalmente, ebbe un colpo di fortuna con la strage di Piazza Fontana nel '69. Uno zio, l'avvocato Caruso, era legale della Banca Nazionale dell'Agricoltura nella cui sede fu messa la bomba. Costui lo chiamò a Milano e se lo prese accanto come avvocato di parte civile. Già con questo debutto, dunque, anziché difendere Luigi prese l'abitudine ad accusare. La strada che ha poi sempre seguita. Fu per qualche tempo anche avvocato di parte civile della famiglia del commissario Calabresi. Da allora, ha detestato Adriano Sofri e, convinto della sua colpevolezza, si è sempre pronunciato contro la grazia. Figurarsi ora con quale piacere convive al ministero col sottosegretario Manconi, ex capo del servizio d'ordine di Lotta Continua e che di Sofri fu fedele seguace.
Nei primi anni '80, Li Gotti si trasferì a Roma pur continuando l'attività politica a Crotone. Era socio dello studio di Giorgio Gregori, professore di Diritto penale nell'università di Trieste. Gregori era democristiano e legale del Popolo, il quotidiano della Dc. Correva anche voce che fosse vicino al ministero degli Interni e alle sue costellazioni, dagli 007 al Servizio protezione. Destinato a una brillante carriera legale, Gregori morì invece poco più che quarantenne per un devastante tumore. Li Gotti ne ereditò lo studio e le attività. E qui, improvvisamente, da normale avvocato, divenne difensore dei pentiti.
Dopo avere accumulato 35 tessere tra Msi e An, nel 2003 Luigi si è convertito al dipietrismo. Stare accanto a un pm è certo conforme alla sua natura, ma abbandonare una milizia di sette lustri esige forti motivazioni. Le ha elencate in un'intervista. La prima, è che a lui sono sempre piaciuti i «fascisti rossi», quindi è più a suo agio nel centrosinistra. L'altra, è che An ha avallato le «leggi vergogna» sulla giustizia del governo Berlusconi. Una intollerabile sottovalutazione della questione morale. Di qui la decisione di Luigi di cambiare casacca, per restare fedele a se stesso
Con Italia dei valori, Li Gotti ora è felice. «Ho cominciato a parlare con quelli che hanno il mio stesso linguaggio», ha detto in estasi. Ha ritrovato il clima delle Procure e si è sentito di nuovo a casa.