Libano, domani alle urne per un voto già scritto

Sistema anomalo dove le schede elettorali sono «fai da te», si vota dove si è nati e sono subito bruciati i moduli non contestati

Gian Micalessin

da Beirut

Entrate in un seggio, tirate fuori un pezzo di carta, scarabocchiatevi sopra una ventina di nomi, cancellatene alcuni, aggiungetene altri e infilatelo in un urna elettorale. Ma potete buttarci dentro anche una lista recapitatavi a casa o consegnatovi all'entrata del seggio dagli attivisti in attesa. E potete comunque aggiungerci dei nomi o depennarne altri.
Succederà da domani nei seggi di tutto il Libano, un paese delle meraviglie dove i moduli elettorali sono fai da te, gli elettori sono obbligati a tornare a votare nella circoscrizione natia e dove le schede non contestate vengono immediatamente date alle fiamme. Il tutto nel corso di un'odissea elettorale che si protrae per un mese spostandosi, con drammatici cambi d'alleanza decisi a seconda dei risultati parziali, nelle quattro grandi circoscrizioni del paese.
Ma la parola chiave per capire un processo dove i voti ratificano risultati già deciso in partenza è «magdali». «Magdali» per parteciparvi, «magdali» per vincerle, «magdali» per comprenderle.
«Magdali» in arabo significa rullo compressore, un rullo capace di schiacciare sogni, illusioni e speranze. In Libano i magdali sono solo tre e sono parcheggiati nei feudi di Saad Hariri, figlio ed erede dell’ex premier assassinato, nelle roccaforti druse di Walid Jumblatt e nel regno meridionale degli sciiti di Hezbollah.
Grazie a quei tre «rulli» le quattro sessioni di voti e scrutini al via da domenica da Beirut sono pura formalità. «Un esercizio democratico - come ripete il generale Michel Aoun - privo di qualsiasi contenuto reale». È il grido rancoroso di un mancato protagonista, ma non è certo una menzogna.
«Votare è praticamente inutile,dieci dei venti seggi di Beirut sono già stati assegnati e per l'altra metà la competizione è solo teorica. La vera gara riguarda alla fine una cinquantina dei 128 seggi», conferma Ziad Barud, direttore dell'Associazione per le elezioni democratiche. Un'analisi che qui a Beirut, dove s'attende il primo straripante successo dell'alleanza Hariri-Jumblatt, pochi contestano.
I trenta seggi del sud sono già tutti assegnati agli uomini del Partito di Dio e ai fedelissimi di Nabih Berri, l'uomo che dal 2000 presiede il Parlamento con la benedizione di Damasco. A nord stravinceranno Hariri e Jumblatt con qualche contentino per i cristiani più fedeli.
L'unica vera battaglia si giocherà, forse, nel Libano centrale dove il generale Aoun tenterà un testa a testa con Jumblatt.
All'origine di questi esiti scontati vi sono un patto scellerato e una legge imposta con la forza. Il patto scellerato venne firmato nel 1989 a Taif dalle fazioni di un paese provato da 14 anni di guerra. Quel patto ridisegnò la struttura confessionale e attribuì i 128 seggi del parlamento a 64 cristiani e 64 musulmani. Già questa struttura prestabilita di fronte ad un calo demografico che riduce i cristiani sotto il quaranta per cento solleva qualche dubbio.
Ma il peggio si produsse nel 2000 quando Damasco inscenò la farsa di un processo in grado di far risultare democraticamente eletti i collaborazionisti più fedeli.
La prima mossa fu diluire i voti delle enclavi cristiane meno collaborative in un oceano di voti sciiti e sunniti. «Per farlo - spiega Roger Trad, disilluso elettore maronita - ridisegnarono quattro enormi circoscrizioni elettorali e unificarono alcuni collegi con altri separati territorialmente. A Bsharri noi cristiani avevamo il 100 per cento, ma mescolandoci ai musulmani di Akkar ci sottrassero ogni possibilità di vittoria».
La chiave per il dominio delle super circoscrizioni fu l'imposizione di collegi uninominali blindati affidati ai clan di comprovata fede filo siriana. Oggi la stessa legge consegnerà il Paese ai guidatori dei tre grandi rulli compressori.
A consolare le disperse e divise fila cristiane non basta neppure la clausola dei 64 deputati. Per aggirarla sono già pronte decine di candidati paravento pronti a tutto per un seggio in Parlamento. Succede a Beirut dove Solange Gemayel, vedova del presidente cristiano Bachir, trionfa con Hariri e Jumblatt. Succede al sud dove anche gli Hezbollah hanno pronti deputati cristiani fantoccio, si ripeterà nel centro e nel nord del paese.
Il maglio legislativo imposto al processo elettorale è solo la punta d'iceberg di una legge studiata per svuotare il voto d'ogni funzione. «È una delle leggi più strane sulla scena internazionali», ammette imbarazzato il triestino Riccardo Chelleri, numero due, a 34 anni, della missione di «osservatori» dell'Unione Europea.
Il fattore più inquietante per questa schiera d'esperti è la differenza di peso attribuita al singolo voto grazie ad un accorpamento dei distretti che permette alla stessa quota di elettori di scegliere un unico parlamentare in alcune zone e tre o quattro in altre. «Questo fattore - ammette Chelleri - viola quel punto fondamentale della carta dei diritti dell'uomo che prevede un uguale peso per gli elettori d'una nazione».

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