IL LIBERALISMO

Parla Nicola Matteucci, uno dei massimi studiosi del pensiero liberale: «Oggi tutti amano citare Tocqueville. A sproposito»

La notte di quel 9 novembre 1989 ora sembra molto lontana. Un portavoce della Ddr parla in televisione di una riforma della legge sui viaggi all’estero. La folla, a est e a ovest del confine, si ritrova in strada. Il Muro non esiste più. È la vittoria del liberalismo, dissero in molti. E forse fu davvero così. Ci furono conversioni, salti di barricata, sentivi gente citare Popper e Hayek, Tocqueville e Benedetto Croce. La minoranza di vecchi liberali all’improvviso scoprì di essere maggioranza. Questa storia è durata fino alla fine del secolo, poi sono venute giù le maschere. Il liberalismo è un pensiero che non ti coccola, non ti copre con una bandiera, non sogna rivoluzioni. C’è poi un fattore emotivo strano. La rabbia, l’antipatia, una certa forma di disprezzo, il livore che leggi sui volti e nelle parole dei «nemici del liberalismo», degli antiliberali, non lo percepisci negli opposti fondamentalismi. Fascisti e comunisti, cattolici e mangiapreti si sono odiati, ammazzati, combattuti, ripudiati, ma in qualche modo hanno finito per riconoscersi, perfino rispettarsi, confusi nell’etica dell’appartenenza e della militanza o nell’estetica della bella morte, che è un modo romantico per parlare e vivere l’intolleranza. È per questo che ora, dopo qualche anno di tregua, torna la vecchia abitudine di gettare sul liberalismo tutto il marcio del mondo: egoismo, società senza valori, menefreghismo, sovrastruttura ideologica delle multinazionali.
Il sospetto è che in Italia il liberalismo resti un’anomalia. Una di queste è Nicola Matteucci. Non ha la voce stanca, anche se i suoi anni sono tanti, anche se ti dice che non sta tanto bene e le parole sono ormai un macigno. È dicembre. Non si muove quasi più da Bologna. È qui che nel 1951 fondò la sua rivista, Il Mulino. È qui che ha insegnato. È qui che vive, in una casa circondata da un parco, con due altissimi pioppi all’ingresso. Li vedi e pensi che anche il padrone di casa è piantato come un albero antico nel pensiero liberale italiano del Novecento.
Matteucci ha quest’aria un po' burbera. «Non capisco il senso di questa intervista», dice. «C’è in giro un suo saggio sul liberalismo, pubblicato dal Mulino». «Lo so. E allora, è una notizia?». «Quasi. Oggi sta tornando di moda essere anti-liberali». «Non è un mio problema. Quando ho cominciato a fare questo mestiere non è che i liberali li trovavi ad ogni angolo di strada. È una vita che vado avanti senza compagnia. Anzi, adesso tutti amano citare Tocqueville, spesso senza averlo letto. Il problema semmai è questo: si parla troppo di liberalismo e pochi lo conoscono. I peggiori in questo senso sono i cattolici».
Tutti?
«No. La sinistra cattolica. È lì che resta più forte la diffidenza contro i valori del liberalismo. La responsabilità è di Dossetti, che non ha mai amato l’America e ha dato un’impronta netta a tutta quell’area politica».
Ma chi è oggi il più pericoloso avversario del liberalismo?
«Il laicismo».
Ma i liberali non sono laici?
«Ho detto laicismo. Il laico riconosce il primato morale della coscienza dell’individuo, il laicista considera invece lo Stato come il solo interprete della verità».
Che rapporto c’è tra liberali e cattolici?
«C’è la famosa frase di Benedetto Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani”».
E al di là di Croce, dove s’incontrano cattolici e liberali?
«Nella tutela dell’individuo. Se io riconosco il valore di me stesso devo concederlo a tutti. Da qui il no di molti laici all’aborto. Tocqueville riteneva che la religione e le chiese fossero indispensabili per mantenere la libertà in una democrazia, perché ci allontanano dalla spinta esclusiva e alla fine distruttiva verso il benessere. Tendere solo al benessere porta alla schiavitù dello Stato amministrativo. Al dispotismo paterno dello Stato sociale».
Una delle accuse al liberalismo è di favorire una società mercificata e omologata, dove non c’è più spazio per le «piccole patrie» e per «il pensiero alternativo».
«E chi lo dice?».
No global, comunitaristi di destra e di sinistra, fondamentalisti dell’ambiente, cattolici tradizionalisti.
«Rispondo ancora con Tocqueville, che ci ha messo in guardia dalla dittatura della maggioranza. Nel suo viaggio oltreoceano vede anche i limiti della democrazia americana. Vede il predominio dello yankee, rozzo, aggressivo, volgare, che giudica tutto avendo, come unico metro, il denaro. Ma dietro la prepotenza dell’uomo americano c’era però una vitalità, un desiderio di migliorare le proprie sorti senza attendere la carità pubblica, un profondo istinto democratico nel volere che ogni individuo fosse giudice del proprio interesse e nel non riconoscere meriti se non a chi se li fosse personalmente guadagnati».
E qui si arriva all’accusa di individualismo sfrenato.
«L’individualismo senza regole fa male al liberalismo. L’uomo pensa solo ai propri affari, ma attraverso le libere associazioni bisogna tutelare i più deboli».
Un pensiero quasi anarchico.
«Einaudi diceva che il liberalismo è l’anarchia degli spiriti sotto la sovranità della legge».
Il liberalismo è diventato sinonimo di troppo mercato, quasi senza regole.
«Non esiste un mercato senza regole. Il mercato ha già meccanismi propri con cui si autoregola. La prova è che il mercato nasce ben prima che ci sia una moneta garantita dallo Stato».
Basta questo?
«Naturalmente occorrono anche norme, ma universali e uguali per tutti, per esempio la lotta contro i monopoli si fa contro tutti, non contro questo o contro quello. Le norme non devono indirizzare il mercato, ma regolarlo».
Il mercato globale stritola la piccola impresa?
«Senza la piccola iniziativa non c’è vero mercato. Già Adam Smith ricordava che andiamo a comprare il pane tutti i giorni e scegliamo dove c’è il fornaio che lo fa meglio».
E dove costa meno.
«Se vuole anche dove c’è la fornaia più simpatica o carina. Basta che ci sia la libertà».
Come è diventato liberale?
«La mia è stata una lenta formazione. Ebbi due grandi maestri, il cattolico-liberale Felice Battaglia e Federico Chabod. Tuttavia fu decisiva l’esperienza della guerra».
La guerra?
«Ero sfollato con la mia famiglia e mi ritrovai in compagnia di una bellissima ragazza. Diventammo amici. Era la sorella del poeta Roberto Roversi. Lui era in Germania e lei custodiva la sua biblioteca. Me la ricordo che toglieva i chiodi dalle ante per tirarmi fuori un libro di Croce. Lessi tutto Croce. Avevo diciotto anni».