Liberazione dalle riforme

Romano Prodi ha fatto sua la formula «Costituzione nata dalla Resistenza» per avviare la campagna elettorale referendaria che, entro giugno, deciderà la sorte della riforma costituzionale (devoluzione inclusa) approvata dal centrodestra.
Non abbiamo nessuna obiezione a questa affermazione: la Costituzione è nata dalle forze politiche della Resistenza antifascista. È un dato storico. Ma sorge una domanda: i Padri della Costituzione, quelli dei nobili ideali di lotta per la libertà contro la dittatura, immaginavano che la vita politica della Repubblica cui davano una Carta costituzionale avrebbe percorso la strada che ha portato a Tangentopoli, e alla dichiarazione, da parte dei loro eredi e nipoti di tutte le famiglie politiche, che la Prima Repubblica era finita?
Delle due, l'una: o questi Padri, saggi e onesti, fecero una buona Costituzione che le forze politiche hanno poi snaturato nello spirito e nella sostanza; oppure fecero una cattiva Costituzione che, con il passare degli anni, non è stata in grado di difendersi dallo snaturamento perché male congegnata, di proposito o per imperizia.
Probabilmente la verità nasce dalla mescolanza di queste due ipotesi. Ma, in questo caso, sostenere che si debba bocciare la riforma approvata dal centrodestra, equivale a mantenere in vigore la Costituzione dei Padri, sostenere che essa è buona nonostante i suoi sessant'anni, ma soprattutto una garanzia di buon governo, libero e democratico. Come se la degenerazione culminata nel 1992 fosse stata un incidente di percorso, imputabile a qualche singolo personaggio.
Quella Costituzione - che poi è ancora «questa» in vigore, peggiorata solo dalla riforma del titolo V ad opera del centrosinistra - permise che l'impalcatura parlamentare degenerasse rapidamente in partitocrazia. Tenerla in piedi, equivale a ricominciare un ciclo. E non solo lo dimostra lo spettacolo della spartizione delle cariche istituzionali su basi partitiche, ma da una statistica apparsa ieri su Il Sole 24 Ore sulla composizione professionale del nuovo Parlamento apprendiamo che i «funzionari di partito» eletti sono aumentati alla Camera del 127% e al Senato del 254%. Complessivamente, i funzionari di partito sono il 21% dei deputati e il 20% dei senatori, il doppio rispetto alla precedente Legislatura e con punte del 27% per quanto riguarda l'Unione (alla Camera). Non a caso, i valori alti più vicini si trovano nella X Legislatura, quella che si concluse nel 1992 (13,8% alla Camera e 16,1% al Senato). Invece, la rappresentanza più bassa si ebbe con le elezioni del 1994, con l'8,8% alla Camera e il 5,1% al Senato.
Rivince la sinistra, ritorna la partitocrazia, e l'Unione si prepara a blindare questo salto nel passato in modo del tutto coerente, impegnandosi per bocciare la riforma costituzionale del centrodestra che ha cercato di ridurre questo piano inclinato, anzitutto rafforzando i poteri del Premier. È logico che Prodi voglia che questa riforma non passi perché egli per primo sa che la sua sopravvivenza deriva dalla sua debolezza di capo del Governo, il cui ruolo è quello fissato dalla Costituzione del 1947: un personaggio in balìa dei partiti.
Torniamo alla domanda iniziale: è questa la Costituzione che volevano i Padri? E se è questa, conviene mantenerla?