La Liberazione vista con gli occhi di bambino

Tra un ammazzamento e l'altro le giornate passavano veloci. A quella età sui dieci anni, basta poco per distrarsi ed anche i grandi avvenimenti, spesso crudeli, vengono accettati come fossero pratica quotidiana. Così passammo, le mie sorelle ed io, i lunghi pomeriggi dorati a Reggio Emilia, nella casa di mia nonna Teresa. E oggi, da Celle Ligure dove vivo, ripercorro quei ricordi.
Dormivo un una stanzetta proprio vicino a lei e giravo per quella casa vecchia ma signorile, una casa incredibile piena di corridoi, curve, ballatoi sospesi per aria ed una cucina enorme, ancora di quelle col caminetto che non era decorativo ma serviva realmente a cuocere. Il bagno consisteva in un lungo budello col water relegato in un angolo e un lavandino appena decente. Water e lavandino appena decente, erano già sintomo di un certo benessere. Sì, mancava la carta igienica - c'era la guerra o, probabilmente, la carta igienica non era ancora conosciuta -. Quindi, appesi ad un gancio si trovavano, di volta in volta, i resti dell'autorevole quotidiano di Reggio o, in alternativa, certe carte gialle o blu, gli incarti del macellaio o del droghiere…
La casa dunque di via Santo Stefano. La sera oscuravamo le finestre con della misteriosa carta blu. Ben ricorda quei tempi chi ha una età intorno ai 70 anni.
C'era il famigerato «Pippo», affettuoso nomignolo con cui chiamavamo un piccolo aereo che immancabilmente tutte le notti sorvolava la città e buttava bombe a casaccio, specie dove vedeva un po' di luce. Ecco perché l'oscuramento.
Questo dannato Pippo, scoprii più tardi, non era appannaggio di Reggio. No, era una simpatica conoscenza di molte città del Nord Italia, Milano compresa. In confronto ai massacranti bombardamenti dei Liberators a Littoria, le bombe di Pippo erano come un walzer di Strauss rispetto alla Forza del destino. Un appuntamento leggero, ridicolo. A proposito di ricordi, eccoli quelli brutti che ti prendevano il cuore, anche se eri così piccolo. Mio padre doveva stare nascosto, erano gli ultimi giorni di guerra a marzo del '45. Nascosto e non dico dove ancora oggi, e non dico perché. Perché un po' confuse erano le notizie ed anche perché un figlio tiene sempre per il padre.
Certo, ripensandoci ogni tanto, e soprattutto ora che scrivo e a settant'anni, penso che lo starsene nascosto e in pericolo di vita in quei giorni, poteva avere un significato. Dipende dai punti di vista e il punto di vista, anzi di vita di mio padre era quello giusto, qualunque fosse, ma era quello giusto quello di un padre.
Quanto veleno, quanto odio, quante ipocrisie, quante vendette in quella terra che si professa generosa e godereccia. Ma anche terra cattiva, sanguinaria e irosa nei momenti tristi e quelli sì erano momenti tristi, altro che Pippo.
Venne la Liberazione. Sentimmo quasi all'improvviso spari per aria, concitazione nelle strade, soprattutto nella Via Emilia Santo Stefano dove appunto abitavamo provvisoriamente. Mi affacciai assieme a mia nonna e a qualcun altro a godermi lo spettacolo della Liberazione. Per essere corretti dovrei chiamarla Liberassione, alla maniera dei trinariciuti di allora (e di oggi, anche se in cachemire)...
Sì, erano loro, i trinariciuti vestiti in maniera incredibile: chi con vecchie divise, chi in manica di camicia, tutti con un fazzoletto rosso al collo. Marciavano spavaldi ed allegri ed aggressivi con l'aria di dire adesso te la faccio vedere io. Qualche mitra sderenato, pistole in fondine sfondate e passo da parata, battagliero.
Quello che impressionò il piccolo che ero allora, erano le donne le pluritettute che con le floride tette in fuori urlavano a squarciagola strofette di questo tipo: «Col mitra e col fucile e con le bombe a mano al traditor fassista ce la farem pagar». E ancora: «Quando passa, quando passa, la brigata Garibaldi, la più bella, la più forte, la più grande che ci sia, il nemico scappa via».
Insomma il senso generale del simpatico inno era che tanti vecchi conti bisognava ora pagarli crocifiggendo, ad esempio Lorenzo Govoni, sottotenente cattolico di 25 anni, reo di essersi rifiutato di sputare sul Crocifisso.
Loro, i partigiani rossi, loro solo e da soli, avevano vinta la guerra! Non gli americani, non gli inglesi, insomma non gli alleati ma loro, i rossi con mitra e tette avevano vinto la guerra. Gli altri partigiani, quelli cattolici ad esempio, non avevano diritto di cittadinanza.
Cominciava allora l'orchestra ben preparata, quella del prendersi tutto: la vittoria, poi la cultura, la magistratura, il potere sotterraneo.
Ma torniamo al giorno della Liberassione. Tutto considerato era un divertente spettacolo per me. Il passo cadenzato, le facce accese e gli enormi seni protesi verso l'avvenire mi colpivano. Francamente non collegavo bene quanto avevo vissuto nei giorni immediatamente precedenti, quando vidi con occhi stupefatti, le prime jeep arrivare a Reggio, con i Patton, i Dodge e le facce allegre dei soldati americani, appunto quelli che erano venuti a liberarci. Tutto era strano di loro: erano giovani, non incazzati come i rissosi partigiani del giorno della liberazione. Erano sorridenti, ci regalavano cioccolata in scatole di latta e chewing gum, roba mai vista.
Ci regalavano sorrisi. E quanto erano «ricchi» ai nostri occhi di sopravvissuti con le pezze nel di dietro, i loro scarponi lustri, le camicie stirate, le bustine in ordine, i denti bianchissimi.
Imparai il meccanismo del dare e dell'avere. Capii, non ci voleva molto, che loro desideravano vino e l'indicazione di un certo appartamento dove ecc. ecc. Capivo la richiesta del vino ma non capivo, o comunque era nebulosa la storia di quel certo appartamento che tanto volevano conoscere. Però unendo le parola wine con l'indicazione di quel tale indirizzo, potevo a mia volta sussurrare la parola chocolate. Così andava il mondo in quegli anni pazzi e crudeli. Ma è il mondo di sempre, della vita dei ragazzi che vogliono continuare a vivere e che sono felici se possono montare sul cannone di un Patton.