Libri vecchi per l'anno nuovo/7: «Trilogia della città di K.»

«Trilogia della città di K.», Agota Kristof, Einaudi. Tre libri pubblicati separatamente in Francia e riuniti in un unico volume. La storia ingannevole e commovente di due gemelli ungheresi a cavallo tra nazismo e stalinismo. Uno spaccato crudele di storia e uno stile unico

Perché in fondo l'idea che i finali a sorpresa siano roba da gialletto di quarta mano è una fesseria bella e buona. Ci possono pure essere colpi di scena e intrecci stupefacenti in romanzi di peso e profondamente disturbanti come questo libro, scritto a tre riprese dall'autrice ungherese naturalizzata francese Agota Kristof tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta e pubblicato in Italia in un unico volume da Einaudi.
L'ambientazione è storica, quell'Ungheria mai nominata ma perfettamente riconoscibile che è diventata uno dei Paesi europei più martoriati del secolo scorso. I protagonisti sono i due gemelli Lucas e Klaus, cresciuti nella miseria dell'occupazione nazista e separati nel dopoguerra dai confini della Cortina di ferro. L'incastro delle storie, lo scrocco ben oliato dell'intreccio rendono il meccanismo narrativo perfetto e mirabolante. Esattamente il contrario dello stile, fortemente influenzato dal fatto che la Kristof scrive in un francese che non è la sua lingua madre e che conosce solo in maniera parziale. Quindi nessun aggettivo, nessuna riflessione, nessuna digressione: solo i fatti, gli episodi, i dialoghi severi dei due bambini che non ridono né piangono perché la vita è già abbastanza gonfia di dolori. Così come questo libro è gonfio di emozioni, dalla tristezza alla compassione, dall'imbroglio alla commozione. Un artificio insolito di apparenza che inganna, lacrime e crudele realtà di guerra, un pugno nello stomaco che lascia un ematoma e un groppo in gola.
Impietoso