Perché lamentarsi non fa bene

Le lamentele bruciano i neuroni del nostro cervello e di quello di chi è costretto ad ascoltare. Le lamentele celano uno stato di malessere e la paura del cambiamento

Lamentarsi fa male alla salute del nostro cervello.

A confermarlo sono i ricercatori della Clemson Univeristy, nel Sud Carolina, che hanno dimostrato quanto le lamentele siano in grado di provocare danni ai nostri neuroni. Quando ci si lagna tendiamo ad attivare pensieri negativi che producono maggiore attività neurale di quella che si ha quando pensiamo positivamente e abbiamo un approccio alla vita ottimista. Di conseguenza il cervello si stanca di più perché lavora il doppio. Ci si sente così emotivamente stressati, vulnerabili, spossati, scarichi e tristi. Le lamentele bruciano i neuroni anche di chi le subisce.

Quando ci lamentiamo emettiamo delle vibrazioni negative che creano una sorta di campo magnetico letale per i neuroni sia di chi si lamenta che di chi in quel momento sta ascoltando positivamente. Eppure lamentarsi fa parte della natura dell’uomo che è perennemente insoddisfatto.

A vote ci si lagna per attirare l’attenzione altrui o per sfogare uno stato di malessere latente. Le lamentele hanno alla base uno stato di insoddisfazione, un vuoto emotivo che se non viene colmato rischia di far sprofondare il soggetto in questione in uno stato depressivo da non sottovalutare. I brontoloni tendono ad essere socialmente isolati perché trasmettono stati di ansia che contagiano chi li circonda. Le lamentele sono in grado di attivare spirali di negatività dalle quali spesso risulta difficile riemergere.

Secondo la filosofa e pedagogista Laura Campanello, autrice del saggio "Leggerezza" edito da Mursia: “La lamentazione, dopo un po’ che la sentiamo la definiamo come “un disco rotto”, qualcosa si è inceppato e anziché procedere nel suo racconto o nel suo concerto torna costantemente allo stesso punto, in maniera ripetitiva e noiosa. Manca l’evoluzione della storia e della melodia. C’è staticità, tutto è monocolore e monocorde; se il racconto è di un’esistenza che si inceppa, la vita risulta opaca e sterile, portatrice di preoccupazioni e impegni che ci chiedono sforzi a volte percepiti come insostenibili e, per di più, senza via d’uscita”.

Per smettere di lamentarci e uscire da questa spirale di negatività bisogna focalizzarsi innanzitutto sui pensieri positivi. Coltivarli serve a liberare la nostra energia vitale e creativa. Bisogna agire concretamente. I cambiamenti veri si cibano di azione, impegno e soprattutto coraggio. Non bisogna temere l’ignoto ma accoglierlo con un atteggiamento ottimista senza temere di cambiare.

Laura Campanello nel suo saggio scrive riguardo alla paura del cambiamento che sta alla base delle nostre lamentele: “ La lamentazione non serve a cambiare direzione, anzi: spesso è piena anche di alibi per evitare il cambiamento della situazione stessa (…). Costa molto tempo ed energie cercare di mantenere in piedi una diga che sta crollando, molte di più che lasciarla cadere per ricostruire qualcosa d’altro, semplicemente altrove, o differente, ma almeno le energie verranno impiegate per qualcosa che possa avere un presente abitabile e un futuro desiderato. Spesso il cambiamento spaventa più della situazione che pare insopportabile. Ma perché adattarsi se si può pensare diversamente e vivere altrimenti, se si possono abitare mondi migliori?”