La Liguria dei Saraceni

Alessandro Massobrio

«Sembra una congiura, una specie di complotto. Ho cercato su tutti i libri di storia, delle medie e delle superiori, ma non ho mai trovato il minimo cenno. Come se più di duecento anni di storia ligure fossero stati inghiottiti nel nulla. E poi - vede? - ho trovato questo».
Il signor Lorenzo Garbarini tende verso di me un libro un po' ingiallito dal tempo. Non moltissimo tempo, in assoluto (il volume è appena degli anni Settanta), ma davvero distante anni luce se si considera l'evoluzione dei problemi e la progressiva perdita della memoria storica che tanto tormenta le nuove generazioni.
Si intitola «I saraceni in Provenza, in Liguria e nelle Alpi Occidentali», autore il professor Bruno Luppi. Editrice l'Istituto Internazionale di Studi Liguri. Museo Bicknell. Bordighera.
Lo sfoglio pensieroso e subito mi vengono incontro nomi familiari di località della costa e dell'entroterra come Sassello e Dego, poi Arenzano, Taggia, Imperia, Noli e Spotorno, l'sola della Gallinara e Imperia. E verso nord ovest, Acqui, Asti, sino addirittura a Courmayeur.
«La paura. Probabilmente deriva da un antico sentimento di paura. La paura degli antichi liguri che vedevano piombare sopra di loro le schiere di quelli che allora erano chiamati saraceni. E badi bene che non si trattava, come forse si crede, di incursioni momentanee. I predoni diventavano signori dei luoghi conquistati, che tali sono rimasti per più di duecento anni.
Insomma, una vera invasione che anticipa di almeno una decina di secoli quella di cui oggi siamo noi stessi testimoni. Ci confrontiamo preoccupati circa l'immigrazione islamica clandestina e la moschea di Cornigliano e dimentichiamo che molti paesi e località intorno a Genova furono, prima e immediatamente dopo il Mille, sede stabile di conquistatori che provenivano dal nord Africa e che lasciarono dietro di sé, nelle terre cristiane, la volontà di non ricordare quello che era troppo doloroso ricordare.
«Pensi soltanto a Sassello, la zona che forse conosco meglio - riprende Lorenzo Garbarini, mentre sua sorella Maura mi serve Crodino e cioccolatini su un antico vassoio d'argento. È un pomeriggio già afoso di questa imprevedibile primavera. Il sole si riverbera sotto le persiane socchiuse. La piazzetta di Albisola, sotto di noi, è attraversata dalle lunghe ombre di pochi passanti solitari - Vede, Sassello è un sito antico, senza dubbio di origine preistorica. Vi è anche un castello, che appartenne successivamente alla famiglia Doria, ma in origine fu con molta probabilità edificato dai saraceni. Ebbene, scavando tra le fondamenta, abbiamo trovato non pochi di questi reperti».
Di che cosa si tratta, esattamente?
«Numerosi vasi di ceramica dell'età dei Medici e poi frecce, tante punte di freccia, su non poche delle quali era ben visibile l'immagine della mezza luna. E poi, se permette, per trovare testimonianze della presenza saracena, non ci soccorre soltanto l'archeologia. Sempre al Sassello, per esempio, non poche persone portano ancora il soprannome di “moro”. Altri fanno di cognome Saraceno o magari anche Galata, con chiaro riferimento ad una lontana provenienza anatolica».
Le ceramiche ritrovate sono soltanto rinascimentali o risalgono ad altre epoche?
«Molte di esse sono piccoli vasi di terracotta da collocare sulle finestre con lo stoppino acceso, in segno di lutto. L'origine dell'usanza è antichissima, risale addirittura a tradizioni fenicie o cartaginesi. Tenga presente che la zona del Levante ligure fu occupata a lungo da Magone, il celebre generale punico sconfitto poi in Spagna da Scipione».
E nei tipi umani è ancora rilevabile la matrice nord africana?
«Senza dubbio. Qui, a Ceriale, ma anche ad Albisola superiore ci sono moltissime ragazze la cui bellezza è al cento per cento di origine araba. Capelli neri, carnagione scura. Portano impressa la storia di questi luoghi meglio di tanti libri di storia».
Se i libri di storia tacciono, parla invece il volume di Bruno Luppi, che disegna, a partire dall'887 d. C. (deposizione di Carlo il Grosso, ultimo imperatore carolingio) un confortante ritratto dell'Europa alto medioevale. Come un grosso quadrupede sorpreso da branchi di lupi all'abbeverata, l'intero continente è dilaniato in ogni direzione. Da est premono gli Ungheri, a nord si ammassano i normanni, a sud risalgono il Mediterraneo le agili imbarcazioni degli Agareni, discendenti della biblica Agar, che noi conosciamo meglio come i fatimiti dell'Africa del nord e che la gente del posto prende a chiamare Saraceni.
Si tratta di pirati islamici, ma al loro seguito cominciano presto ad agire quelli che le cronache del tempo definiscono pravi cristiani, cristiani rinnegati, fuorilegge da strada, scontenti dell'ordine feudale che l'impero carolingio ha cercato di erigere sulle rovine di quello romano.
Sbarcati nel golfo di Saint Tropez, le orde si diffondono rapidamente su un territorio non ben precisato, che ha la proprietà di restringersi ed allargarsi a seconda della fertile fantasia del cronista che ne delimita il perimetro. Possiede un po' l'indeterminatezza, insomma, della Terra di Mezzo di tolkieniana memoria, ma ha, in cambio, un nome ben preciso. Si chiama Frassineto. Il luogo, dunque, dove crescono rigogliosi i frassini.
In questo angolo di Provenza, Liguria e Basso Piemonte, gli Agareni creano il proprio piccolo regno, proprio nel cuore dell'Europa cristiana. Perché i predoni non fuggono dopo il saccheggio. Le numerose fonti di cui siamo in possesso - autori di cronache latine dai nomi suggestivi quanto barbarici, da Liutprando a Frodoardo, da Ekkerardo a Widukindo - sono concordi nel sostenere che i Saraceni non praticano quello che noi definiremmo un «mordi e fuggi». Le loro intenzioni sono ispirate a creare sedi stabili, a trasformare le proprie orde da migratorie in sedentarie.
Tra i primi ad essere colpiti sono senza dubbio i ricchi eremi benedettini, che, dopo il crollo dell'impero carolingio, fungono ormai da unica sede stabile e luogo di rifugio, cinti - come spesso sono - da mura gigantesche. Il cenobio di Lerino, ad esempio, raggiunge prima della sua distruzione l'incredibile cifra di 3700 monaci.
Nelle cronache il fenomeno si riverbera, come sempre, amplificato dalla pietà popolare. Si moltiplicano perciò, in questo latino alto medioevale, così gustoso e ricco di espressioni sconosciute alla classicità, ma proprio per questo tanto più dense e concrete, gli episodi in cui santi guerrieri - come san Maiolo, ad esempio - mettono in fuga gli invasori e i demoni che li accompagnano. Grazie naturalmente alla discesa in campo di falangi celesti, armate di tutto punto.
Altrove, invece, là dove le mura di un monastero non offrono adeguata difesa, i contadini provvedono a seminare frumento e legumi là dove il buon senso sconsiglierebbe di seminarli. Intendo dire sulla cima di rilievi che in Liguria raggiungono facilmente anche i mille metri, ma che comunque vengono resi pianeggianti grazie al ricorso alle «fasce».
Lassù, sulla cima brulla dei loro monti, i liguri continuano una vita di stenti, nella continua angoscia che dalle torri sottostanti, dove gli Agareni sono annidati, non prenda le mosse un raid punitivo. Al termine del quale qualche giovane donna non finisca in schiavitù ed in fumo la fatica di molti mesi di lavoro.
Solo molto più tardi, verso l'anno mille, Berengario di Ivrea e Guglielmo d'Arles, divenuto poi conte di Provenza, ripuliranno il Frassineto dalla presenza di questi ospiti non invitati. La cui presenza ha dato luogo ad una sorta di corto circuito nella storia del nostro Occidente.