Napoleone: l'imperatore del romanzo

Nessun personaggio storico come Bonaparte ha incarnato il racconto letterario, da Tolstoi alla nuova saga di Scarrow

Maledetto còrso. Non sono stati che vent'anni, di avventure, bruciati in fretta, senza mai guardarsi indietro, con la rivoluzione nel ventre, come scusa, come paura, come speranza, come utopia da gettare sulla ruota dei due secoli, come ambizione di un uomo solo e la sua schiatta di familiari inetti, anni veloci e pesanti sotto il segno di un genio che mette a soqquadro ogni angolo d'Europa, un giocatore d'azzardo che non può fermarsi perché non conosce il senso di equilibrio, può solo continuare a vincere o perdere tutto. Maledetto Napoleone. Maledetto Bonaparte. Non c'è modo di dimenticarsi di te. È il 5 ottobre 1795 e Barras, con un colpo a sorpresa, ti nomina comandante della piazza di Parigi. Hai solo 26 anni. Rien ne va plus. Il 18 giugno 1815 a Waterloo il gioco finisce. Non c'è più nulla da mettere sul piatto, ma da allora in poi nulla sarà più come prima, nella storia, nella vita quotidiana, nelle istituzioni, nella leggenda, come se quel nome avesse marchiato il futuro, come se il tempo avesse preso quella porta tra i tanti spazi possibili e alternativi di quello che chiamiamo universo. È per questo che gli umani sono condannati a fare i conti con lui, raccontandolo.

Non importa che sia una storia vecchia di due secoli. Non tramonta. Napoleone è una tentazione troppo forte, da subito, da vivo, e per tutti gli anni che sono venuti dopo. «Sono un uomo condannato a vivere», diceva e non sapeva quanto. Napoleone è unico e troppo grande per rappresentare un tipo umano, ma un pezzo della sua anima si insinua in chi si ritrova a evocarlo e narrarlo. Napoleone è Balzac che si appunta le frasi del grande uomo sul libro di ricette, quello che resta sempre poggiato sul suo comodino. Napoleone è il primo romanzo epistolare italiano, è Jacopo Ortis e quindi Ugo Foscolo. Napoleone è Stendhal e Fabrizio che si rende conto di aver perso l'appuntamento con la storia arrivando a Waterloo quando la battaglia è già finita. Napoleone è l'uomo che sfidò Dio. È i Miserabili di Victor Hugo e naturalmente è Guerra e Pace. È tutto il mondo di Tolstoi, che si rappresenta solo come antitesi hegeliana all'armata dell'imperatore. È la Fiera delle vanità di William M. Thackeray: «Il mondo è uno specchio che a ciascuno restituisce la sua immagine». E giù fino al bibliotecario di N interpretato da Ernesto Ferrero. Si potrebbe andare avanti per ore e ripetere sempre la stessa domanda: perché lui?

Napoleone è il romanzo. È l'uomo che si fa, che fabbrica il proprio destino, allo stesso tempo romanziere e personaggio, che sceglie ogni volta al bivio delle possibilità, con l'idea dissacrante che ognuno porta nello zaino il bastone da maresciallo. Non ci sono gli dèi, non c'è il fato o, se esiste, è un lancio di dadi che sta a te poi influenzare. Non tutto è scritto, perché nella vita si recita a soggetto. Napoleone è il romanzo perché è nei suoi anni che il romanzo prende forma e diventa adulto e cerca i lettori, scopre i giornali e segue i destini della borghesia. Il romanzo è quel qualcosa che resta dopo la rivoluzione tradita di Napoleone. Nessuno come lui lo incarna. Fu un lettore avido e disordinato, un collezionista di libri. A Compiegne, Saint-Cloud, Fontainebleau, Trianon e alle Tuileries mise insieme 60mila volumi, e all'Elba, in esilio, ne raccolse 2.378.

Pensateci. Ci si può costruire sopra una di quelle conversazioni estive, da ozio pomeridiano. Ma c'è qualche altro personaggio che come lui sia carne da romanzo? Non barate. Qualcuno butta lì il nome di Hitler, ma non è così. Hitler è il Grande dittatore. È una maschera con i baffi. È il dito che gira il mappamondo. È Charlie Chaplin. È milioni di svastiche. È una voce stridula che seduce le masse e inquieta gli individui. È immagine. È regia. È il falso che ti sembra vero, solo perché lo vedi e ti fidi dell'occhio di chi gira e riprende. È la scenografia del passo dell'oca. È il fasto che nasconde l'orrore. È il corpo scheletrico sopravvissuto ad Auschwitz. È una storia dove non bastano le parole. Hitler non è il romanzo. È il cinema. E appartiene al '900.

Si racconta che, pochi giorni dopo Waterloo, la regina Ortensia (madre del futuro Napoleone III), uscendo dalla biblioteca della Malmaison, esclamò: «Non capisco l'imperatore, invece di dare ordini per la partenza, legge un romanzo». Quale? È questa la vera risposta che manca.